E-learning

Censimento clandestino

Apogeonline - 13 ore 5 min fa

Un ricercatore anonimo ha deciso di condurre un censimento su vasta scala di Internet. Per farlo ha utilizzato una botnet composta da sistemi accessibili via telnet utilizzando identificativi e password quali root/root, admin/admin o addirittura privi di password. Sui sistemi acceduti viene installato uno scanner software che cerca altri sistemi su cui propagarsi e inventaria i server nei dintorni.

L’operazione è stata definita in molti modi, nel tentativo di giustificare un’attività illecita in virtù del fine dichiarato e degli intriganti risultati ottenuti. Per quanto l’operazione sia stata condotta brillantemente e fortunatamente in porto con risultati di notevole interesse, esistono molti altri modi di procedere. Per esempio mediante risorse come quelle di PlanetLab. Non c’è scusante per prendere il controllo di router e sistemi di terzi, per quanto poco protetti.

Detto ciò, Internet conta secondo i dati pubblicati circa mezzo miliardo di computer accesi e raggiungibili pubblicamente. Circa 730 milioni di record DNS (record di reverse DNS, per la precisione) porterebbero il conto a 1,3 miliardi. Circa la metà dei 2,3 miliardi di indirizzi IP disponibili non hanno dato segnali di vita.

460 milioni di indirizzi IP rispondono se interrogati e accendono la mappa globale di Internet. Da apprezzare a dimensione piena con un clic sull’immagine.

L’autore di questo progetto può essere certamente chiamato hacker per la curiosità che lo ha animato e la dimensione della sfida, per quanto affrontata violando la legge e pure l’etica:

Non volevo passare il resto della mia vita a chiedermi quanto sarebbe stato divertente realizzare l’infrastruttura che avevo immaginato […] Ho intravisto la possibilità di lavorare su scala-Internet e pilotare centinaia di migliaia di oggetti con un clic del mouse, mappare
l’intera Internet in un modo nuovo e divertirmi.

Quello che più preoccupa è che Internet risulti popolata da un numero abnorme di oggetti che non avrebbero mai dovuto essere connessi alla rete. L’esistenza di milioni di webcam o stampanti raggiungibili direttamente da Internet è davvero difficile da comprendere e giustificare.

Ancora più difficile da accettare, pensando in termini di sicurezza e privacy, è la presenza di router Border Gateway Protocol, terminatori
di reti virtuali private (VPN), oggetti dotati di schede di accelerazione della cifratura, sistemi di controllo industriale, apparecchiature di controllo degli accessi ed anche costosi apparati di produttori molto noti.

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Aperto per definizione

Apogeonline - Gio, 05/23/2013 - 06:22

Il legislatore sembra ormai essersi affezionato al principio open by default e quindi coglie ogni occasione per ribadire e chiarire il rivoluzionario concetto (di cui ho avuto modo di parlare in altra sede) che era già diventato parte integrante del nostro ordinamento con il Decreto Crescita 2.0, convertito in legge lo scorso dicembre.

Grazie a questa novità, dati e documenti pubblicati dalle pubbliche amministrazioni senza la specifica indicazione di una licenza proprietaria si intendono automaticamente rilasciati con una licenza open. E ciò è fissato negli articoli 52 e 68 del Codice dell’amministrazione digitale.

In attesa che facciano capolino i decreti attuativi di Crescita 2.0, è arrivato anche il Decreto Trasparenza, numero 33/2013, in vigore dallo scorso 20 aprile e più ampiamente dedicato alla disponibilità delle informazioni sull’attività della pubblica amministrazione.

Tale testo (decreto legislativo, quindi già con forza di legge senza necessità di conversione) presenta alcune norme di principio che rafforzano ulteriormente l’idea dell’open PSI (Public Sector Information).

Ad esempio l’articolo 3, dove si legge:

Tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli ai sensi dell’articolo 7.

Nel richiamato articolo 7 si fornisce anche un’indicazione più chiara sui tipi di licenza utilizzabili rispetto a quanto scritto nel Codice dell’amministrazione digitale con la riforma di dicembre.

I documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente […] sono pubblicati in formato di tipo aperto ai sensi dell’articolo 68 del Codice dell’amministrazione digitale […] e sono riutilizzabili […] senza ulteriori restrizioni diverse dall’obbligo di citare la fonte e di rispettarne l’integrità.

In occasione di una mia recente conferenza in quel di Vicenza, ho sottolineato che forse la tecnica legislativa è stata abbastanza contorta e questo sciame di molteplici interventi normativi (tra l’altro non ancora terminato, sembra) avrebbe potuto avere un risultato complessivo meno frammentario e di più facile interpretazione.

Ma questo è il tipico stile legislativo italiano; quindi prendiamolo così e intanto brindiamo.

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Il Galaxy delle meraviglie

Apogeonline - Mer, 05/22/2013 - 06:50

Se c’erano dubbi sull’evoluzione del mondo degli smartphone rispetto alla rappresentazione consueta che abbiamo della telefonia tascabile, l’apparizione di Galaxy S4 li ha fugati: non sono cellulari intelligenti, ma computer da tasca.

Si tratta di un dispositivo con dichiarate ed evidenti intenzioni di contrastare l’iPhone 5 del “nemico” Apple attraverso l’introduzione di nuove funzionalità supportate da caratteristiche hardware molto avanzate, tali da giustificare un prezzo abbastanza impegnativo di 699 euro. Samsung pensa siano meritati e così molta stampa specializzata, come per esempio CNET:

La sua lista di funzioni richiede tempo e fatica per essere veramente padroneggiata, ma questa è la scelta migliore per chiunque ricerchi uno smartphone eclettico e con uno schermo grande.

La dotazione dell’apparecchio è certamente di prima categoria, almeno a leggere le specifiche: Galaxy S4 sfoggia un display da cinque pollici di tecnologia Amoled, due fotocamere (di cui una da tredici megapixel), connessione 4G, batteria da 2600 milliampère per ora (mAh), Android 4.2.2, processore quad-core (a quattro nuclei di elaborazione) con frequenza di clock di 1,9 gigahertz.

Ma è abbastanza? Non in termini di specifiche, ma di esperienza d’uso e di attenzione al consumatore meno navigato. La corsa al processore e al pollice di schermo in più ricorda la caccia al megahertz dell’informatica degli anni novanta, quando pareva che la produttività dipendesse unicamente da una roboante lista di componenti. Proprio l’avvento di smartphone e tablet, meno equipaggiati ma perfetti per compiti specifici, ha dimostrato che quell’epoca è terminata.

S4 dovrebbe distinguersi per la possibilità di utilizzare le fotocamere contemporaneamente, associare un suono ad una foto, utilizzarlo come telecomando mediante programmi come Smart Remote, riprodurre un brano su più dispositivi.

Il dubbio è se queste opportunità siano state davvero rese accessibili nel senso vero della parola. Il tempo e fatica di cui scrive CNET riecheggia in recensioni come quella di Joanna Stern su ABC News:

Non troverete il tempo per comprendere o per usare molte delle nuove aggiunte […] Per esempio mi piace davvero la funzione di multitasking che posiziona in alto una app e in basso un’altra, ma non è ovvio come si possa effettivamente configurare. Per i principianti, Samsung ha aggiunto un Easy Mode, che semplifica l’intero telefono e sfronda menu, configurazioni e schermata home.

John Gruber su Daring Fireball ha commentato sarcasticamente che anche iPhone ha un Easy Mode: usare iPhone.

Il punto non è la concorrenza tra case o modelli. Siamo davanti a un ulteriore passo verso la realizzazione di smartphone sempre più potenti, in grado di eseguire operazioni prima impossibili fuori da un computer convenzionale. Non dimentichiamoci però che vogliamo in tasca oggetti veloci e versatili più che miniature di dinosauri, potentissimi e goffi.

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Da Torino con amore

Apogeonline - Mar, 05/21/2013 - 06:32

Ho trascorso una giornata al Salone del libro di Torino 2013 abbastanza di sorpresa. Alle fiere preferisco eventi circoscritti e il piano originale prevedeva il rientro al termine di una succinta presentazione mattutina.

Prediligo eventi più piccoli perché nelle grandi fiere trovo per definizione tutto e il suo contrario. Sono popolate di realtà sostanzialmente impossibili da incontrare altrove e dispersive – per me – quando si tratta di cercare proprio ciò che mi interessa. Si incontrano persone straordinarie e altre meno, in condizioni ambientali che complicano la selezione. Discorsi profondi si alternano a rumore gratuito e nuove idee a vecchi gadget. Ammetto che molto dipenda dalle mie idiosincrasie.

#salto13 fatto il pieno di cultura, di libri, di immagini, di suoni e presenze, gusti ed atmosfere

— pabba60 (@pabba60) May 20, 2013

Senza pretesa di misurazioni, confronti, analisi o conclusioni articolate, e forte di una consistente assenza dalle edizioni precedenti, ricordo di questo Salone una quantità impressionante di editori. A tutti i livelli di specializzazione, ai limiti dell'imbarazzante. Se dovessi giudicare dalla mia esperienza, rigetterei tutte quelle considerazioni demografiche che parlano di lettura come cosa da seconda e terza età: escluse comprensibilmente le classi primarie che sciamano spinte dai docenti più che dalla febbre del libro, i giovani ansiosi e appassionati sono tanti, attivi, eclettici. I risultati pare si siano visti, stando alle voci ufficiali:

Ottimi i risultati delle vendite negli stand. Il trend è in crescita per quasi tutti gli editori, compresi i grandi marchi. In generale si è registrato un incremento medio delle vendite del 20% negli stand, dal +10% del gruppo Gems fino all’exploit del +40% di Feltrinelli grazie anche al traino di Zero Zero Zero di Roberto Saviano, di cui sono state vendute più di mille copie. Anche gli altri grandi marchi hanno riscontrato una crescita importante: Mondadori +15%, Einaudi +15%, Rcs +15%.

Il senso comune vuole che i giovani siano più attirati dal digitale che dalla carta tradizionale. Eppure, traboccante di giovani com'era, l'apparenza del Salone diceva carta, carta, carta ovunque. I segni del (problematico) nuovo, intendiamoci, erano bene evidenti: qua e là un Kindle o un succedaneo, stand di case editrici piccole quanto agguerrite che esistono solo nel digitale, la presenza straniante più o meno nell'ombelico della fiera di un espositore improbabile eppure inevitabile di nome Unieuro.

Eterea Comics & Books, ad alta densità di offerta digitale.

Detto questo, ho visto pulsare la carta e gli scaffali. Stand come Kobo oppure Sony, tanto traboccanti di batterie di e-reader quanto ricchi e curati per attirare gli sguardi e le visite, spiccavano per freddezza, popolati al più da adolescenti stanchi o desiderosi di socializzare a prescindere dalla letteratura. Il movimento, il calore, gli affollamenti interessati riguardavano più gli atomi che i bit.

Essere al #SalTo13 è stato chiudere il cerchio.Il luogo reale di persone e sentimenti.#IlsensodiLeucò.@piervaccaneo @torinoanni10

— stefania stravato (@FannyStravato) May 20, 2013

Sensazioni, impressioni, immaginazioni. Che poi sono risultati tipici del leggere. Quest'anno, in visita inaspettata al Salone del libro, mi sono ritrovato a guardarlo (il libro, il Salone) con amore.

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Via da Ground Zero

Apogeonline - Lun, 05/20/2013 - 06:36

Un anno fa il quotidiano New Orleans Times-Picayune decise di trasformarsi in trisettimanale sotto i colpi della crisi. Domenica l’altra, durante una sfilata bandistica, un criminale ha aperto il fuoco e ferito diciannove persone.

Quanti non potevano permettersi un apparecchio digitale e ricevere l’edizione elettronica del Times-Picayune (numerosi, a New Orleans) hanno avuto modo di leggere dell’accaduto sul giornale stampato solo il mercoledì successivo. Il trisettimanale locale si è dimostrato inutile per la comunità che è nato per informare.

Il punto di non ritorno era già stato comunque raggiunto, dato che il 30 aprile l’editore aveva annunciato una seconda edizione trisettimanale, TPStreet, da affiancare al Times-Picayune in modo da avere l’edicola presidiata sette giorni su sette e rimediare all’errore, generalizzato da Dan Mitchell su Fortune Tech:

Il solo modo in cui i quotidiani possono avere successo è produrre giornalismo di qualità. I giornali hanno iniziato a tagliare gli staff ben prima che il mercato cominciasse a declinare e quei tagli erano in verità parte della ragione dei problemi. Ridurre gli staff ha portato naturalmente a qualità minore, che ha causato tirature inferiori, che hanno ridotto gli introiti pubblicitari. Il problema principale resta Internet ma, come spiegano da sempre i critici del disinvestimento, non ci si può ritagliare la strada verso il successo.

Per l’editoria libraria vale la stessa conclusione e la frase di David Carr pubblicata sul New York Times, il pubblico va guadagnato giorno per giorno, sembrerà rivolta a chi si occupi di quotidiani. Invece descrive un nuovo skill obbligatorio e universale.

Se davvero il problema principale dell’industria editoriale è Internet, un posto dove è facile trovare qualità zero a costo zero in tempo zero, la soluzione è per forza diversa dall’avvicinare allo zero i propri costi (e la relativa qualità). La storia del New Orleans Times-Picayune, sofferente anche a causa di un sito molto criticato, spiega che bisogna coordinare bene tempi e risorse tra messa a punto di una strategia digitale e amministrazione di un business tradizionale certo in declino, ma ancora significativo. Che vive di qualità.

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Dietro la linea di servizio

Apogeonline - Ven, 05/17/2013 - 06:10

Durante l’ultima edizione di If Book Then, il fondatore dell’Institute for the Future of the Book Bob Stein ha dichiarato qualcosa di interessante in tema di editoria e rapporti con i lettori:

“amazon and Apple know how to compete, but not how to collaborate” says Bob Stein at #ibt13

— Andrew Rhomberg (@arhomberg) 19 marzo 2013

 

La collaborazione è ciò che Amazon ha acquisito con Goodreads: una comunità viva e attiva di lettori forti, la stessa che tiene in vita l’industria libraria e i cui suggerimenti sono lo strumento più efficace per scoprire nuove letture. Dentro ci sono informazioni su cosa leggono le persone, come, con quali tempi. E il modo in cui i percorsi che portano da una lettura a un’altra e guidano nella scelta sono strutturati e legati.

Il valore al centro della transazione sono le persone, la rete sociale che compongono, la loro passione per i libri e le storie, la dedizione che impiegano nell’ordinare, catalogare, e soprattutto consigliare nel modo migliore e più preciso possibile. La qualità di queste informazioni è altissima; di sicuro più alta (almeno per ora) del più raffinato algoritmo di suggerimento, e lo stesso vale per l’autenticità del loro coinvolgimento. Jordan Weissman su The Atlantic:

Su Goodreads tendono a comparire gli appassionati di libri, quelli impazienti di raccontare a chiunque dell’ultimo libro che hanno letto. Così non sorprenderà che il sito sia una ottima piattaforma per convincere la gente a comprare libri. Circa il 29 percento dei frequentatori di Goodreads ha dichiarato in una inchiesta di avere conosciuto mediante Goodreads stesso o sito similare l’ultimo libro acquistato. Sui social network tradizionali la percentuale è del 2,4 percento. A conti fatti, nel mondo dei libri Goodreads ha la stessa influenza di Facebook.

Ci si può chiedere se queste merci di scambio siano legittime. Da un lato basta pensare alla crescente preoccupazione per i modelli di business di Facebook, Twitter, Instagram e degli altri social network: prodotti utili che si finanziano vendendo a compagnie private terze le nostre informazioni, l’accesso alle medesime o la possibilità di contattarci.

Dall’altro è sempre successo. Le aziende si comprano, vendono e fondono in base al loro successo, che deriva dall’esistenza di una comunità di utilizzatori. Nessuno ha mai condiviso i profitti che aiuta a generare, né ha chiesto che avvenisse, o considerato il contrario un’ingiustizia. Il Web semplicemente rende più evidenti questi processi, li amplifica, pone la questione in modo più netto. L’economia è una pratica umana e sociale, e le reti sociali – i loro meccanismi, i funzionamenti – esistono a prescindere dal Web. Sono le persone a creare valore per un sistema economico, da sempre.

È vero: qui sono in ballo le nostre vite, un livello di intimità più profondo. Dire cosa leggiamo è uno dei molti modi per dire chi siamo, e per dirlo in modo molto preciso. Si tratta anche di agire con maggiore consapevolezza. Può essere un buon momento per smettere di considerare i servizi online gratuiti – come Goodreads, ma vale per tutti – enti benefici senza scopo di lucro. Si tratta di aziende private con obiettivi e interessi, che offrono servizi utili gratuitamente, e prima o poi chiedono qualcosa in cambio. Sta a noi decidere quanto concedere e capire quando è giunto il momento di guardare altrove.

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Dimensione fattoriale

Apogeonline - Gio, 05/16/2013 - 06:03

Livingsocial è un servizio relativamente poco noto in Italia ma piuttosto diffuso in molti altri Paesi oltre agli Stati Uniti, dove propone i soliti affari del giorno. La notizia è che oltre 50 milioni di account sono stati compromessi. Si tratta di un numero di un ordine di grandezza superiore a quello degli utenti di LinkedIn recentemente vittime di un problema analogo.

La dimensione è quindi impressionante. La consapevolezza dell’accaduto è emersa quando l’azienda ha contattato gli utenti chiedendo di cambiare password. Questa l’ammissione ufficiale dei danni:

Le informazioni violate comprendono nomi, indirizzi di posta, date di nascita di alcuni utilizzatori e password cifrate, tecnicamente ‘hashed’ e ‘salted’. Non archiviamo mai password in chiaro.

La notifica dell’accaduto è stata presentata anche all’ufficio del procuratore della California e pare che l’incidente sia stato scoperto una settimana dopo il suo inizio. La raccomandazione di cambiare la password è ragionevole (meno l’aver inserito un link direttamente nella mail di avviso, gesto che potrebbe essere classificato come indizio di phishing); sarebbe stato opportuno raccomandare sia di cambiare la password anche sugli altri siti su cui la si utilizza, sia di utilizzare una password diversa per ogni servizio.

Per vivere serenamente anche quando accadono questi spiacevoli episodi è buona cosa seguire alcuni semplici consigli:

  1. Non utilizzare la stessa password su diversi servizi.
  2. Cambiare periodicamente le password e non riciclarle.
  3. Utilizzare account di posta elettronica diversi per ogni servizio.

Ci sono ottimi motivi per prediligere servizi che permettono la verifica delle credenziali utilizzando sistemi multifattoriali o, più banalmente, per iniziare ad usare un gestore di password.

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Meglio un Web protetto che un Web abbandonato

Apogeonline - Mer, 05/15/2013 - 06:00

Era prevedibile che l’inclusione di specifiche per l’utilizzo di meccanismi di protezione anticopia nello standard HTML5, della quale si è già scritto tempo fa, avrebbe suscitato un dibattito come minimo vivace.

Sul fronte delle notizie siamo alla pubblicazione di un Working Draft del World Wide Web Consortium relativo a Encrypted Media Extension o EME, architettura destinata a sostenere il peso dell’inclusione di contenuti protetti in pagine HTML5 (architettura, si badi; lo schema anticopia effettivo è tutto da decidere e, dove ve ne fossero, l’architettura servirebbe appunto a permetterne il funzionamento). Electronic Frontier Foundation non ha gradito:

Shame on the W3C: today’s standards decision paves the way for DRM in the fabric of the open web. eff.org/r.3bRj

— EFF (@EFF) May 9, 2013

Peter Bright ha preso posizione su Ars Technica argomentando come EME sia una vittoria piuttosto che una sconfitta e che, nel mondo dei plugin e delle app, la mancanza di forme efficaci di protezione del contenuto (DRM, da Digital Rights Management) su Web non porterà alla sua inaccessibilità, ma alla sua sparizione:

Dove ci sono plugin e app, non esiste alcun cammino di transizione che abbia significato verso un mondo libero da DRM. Non c’è un buon sistema per i distributori che vogliano tastare il terreno e verificare se la distribuzione libera sia fattibile. Con EME, c’è. EME manterrà i contenuti fuori dalle app e dentro il Web e faciliterà il passaggio a un futuro libero da DRM. Non è un danno per il Web aperto, bensì lavorare per assicurarne nel tempo utilità e rilevanza.

I plugin sono in estinzione. Adobe ha pubblicato una roadmap per i prossimi anni di Flash, arroccata nella difesa di fonti di fatturato come lo sviluppo di giochi e – a proposito – l’erogazione di video protetto da DRM e cede il passo a HTML5 su ogni altro fronte, compresi gli stessi strumenti di sviluppo di Adobe. L’altro plugin diffuso, Silverlight di Microsoft, non conosce sviluppo dalla versione 5 di fine 2011. Internet Explorer 10 di Microsoft, su Windows 8 di Microsoft, se usato in versione touch e non desktop è plugin-free, Silverlight compreso. Circa un miliardo di apparecchi mobile è incompatibile con qualsiasi plugin.

Rimane però il fattore tempo: l’estinzione dei plugin sarà lenta. E intanto il mondo delle app esplode: App Store di Apple, da solo, ha passato quota ottocentomila e da un momento all’altro assegnerà premi per festeggiare i cinquanta miliardi di download.

Le app non hanno problemi a impiegare schemi di protezione del contenuto. Se il Web non lo rende possibile, il contenuto abbandonerà il Web. Che se ne occupi il W3C è una garanzia collettiva migliore dei vari singoli interessi aziendali.

Nel frattempo possiamo sostenere le buone iniziative HTML5. Su un tono leggero, provare Waste Invaders, per esempio.

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Facciamo gli indiani

Apogeonline - Mar, 05/14/2013 - 06:23

Il 69 percento degli indiani, titola il Times of India, è in ricerca attiva (o sta considerando la possibilità) di formazione o istruzione supplementare, contro il 59 percento degli europei e il 55 percento degli americani.

Sembrano differenze minime. Tuttavia significa che, a parità numerica, per ogni sei europei che continuano a imparare ci sono sette indiani. Siccome gli indiani sono il doppio degli europei, ecco che il numero assoluto di quanti si migliorano in India è enorme rispetto al nostro. Ed ecco ciò che accade a livello di reclutamento:

[Prima le banche assumevano solo da altre banche]. Quell’epoca è proprio finita. Oggi le aziende competono per reclutare persone con capacità multifunzionali, allo scopo di infondere nelle organizzazioni diversità di conoscenze. Per restare appetibili in un mondo del lavoro dinamico, i dipendenti devono essere costantemente attenti a padroneggiare capacità nuove, aggiornare e migliorare i propri talenti, formarsi.

Le percentuali di lavoratori desiderosi di progredire in conoscenza professionale nella regione dell’Asia e del Pacifico sarebbero del 74 in Cina, del 78 percento in Indonesia, dell’83 percento in Thailandia.

Nel frattempo apprendo da Steve Souders che le velocità medie di connessione a Internet continuano ad aumentare (e un sacco di altre cose meno rilevanti per il momento). I dati sono ricavati dallo State of the Internet di Akamai, dove è facile verificare anche relativamente alla sola Italia come, per quanto lentamente e due passi avanti uno indietro, dal 2007 a oggi la banda sia approssimativamente raddoppiata, a toccare i quattro megabit per secondo.

Come dire che la crisi c’è ed è concreta, ma il rapporto esistente tra la sua risoluzione e la tecnologia sta molto più nella nostra volontà di usare quest’ultima per migliorarci e diventare più bravi che non nell’infrastruttura o negli strumenti a disposizione.

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Il digitale a scuola peggiora l’apprendimento?

Gianni Marconato - Lun, 05/13/2013 - 08:42
Pare sia proprio così. Lo sostiene Roberto Casati sul Sole 24 Ore di ieri, domenica 12 maggio, citando uno studio di Marco Gui che ha analizzato (nel 2013) i dati PISA 2008. Datazione a parte (elemento che a mio dire non è del tutto irrilevante, considerato come le cose evolvano, non necessariamente in meglio, in questo campo).

Prendo in seria considerazione il concetto che lui usa di “colonialismo digitale” basato sull’assunto: “considerato che il digitale esiste, lo si deve usare. Ovunque e comunque”. Chi si oppone al colonialismo digitale è accusato di difendere il passato.

Il succo del discorso sta nelle conclusioni della ricerca fatta da Gui: l’uso, non moderato, del digitale a scuola è associato a risultati di apprendimento inferiori di chi non le usa in matematica, scienze e lettura. Il Nostro sottolinea che ciò che la ricerca mette in evidenza è una associazione tra uso della tecnologia e apprendimento e non di un rapporto direttamente causale.

La riflessione sui dati merita, comunque, di essere fatta. Io lo faccio a partire dalle mie esperienze dirette ed indirette con insegnanti che usano le tecnologie. Cose già dette ma che vale la pena ribadire.

Non ha senso fare di ogni erba un fascio: la situazione è articolata; accanto a tanti insegnanti che usano le tecnologie per il semplice fatto che esistono, per un malinteso senso di “innovazione”, per non sentirsi vecchi, con lo spirito della pecore (e talvolta del pecoraio), cioè senza alcuna consapevolezza ed armati solo di un po’ di competenza digitale, ce ne sono alcuni che sanno dare una ragione al loro, anche forsennato, uso delle tecnologie. Le usano in modo appropriato, all’interno di un consapevole quadro didattico, in modo laico (lontani, quindi, dalla religione della lim e del tablet).

La questione mi pare sia:

  • Le tecnologie a scuola da sole non fanno alcuna differenza,
  • Spesso sono usate per arricchire l’insegnamento,
  • Non è mai chiaro quando, quanto e come migliorino l’apprendimento,
  • Gli usi, empiricamente, più ricchi si hanno quando è già presente una buona competenza didattica.
Concludendo, mi pare che la questione non sia “tecnologie si, tecnologie no”, ma “tecnologie come” e soprattutto “tecnologie perché”.

In questa prospettiva è un dovere resistere al colonialismo digitale.

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Semi liberi come software libero

Apogeonline - Lun, 05/13/2013 - 06:18

Pensavo che dopo dieci anni di devota dedizione al tema, avessi ormai sviscerato ogni sua declinazione. E invece mi sono reso conto che un pezzo me lo sono perso: gli open seed, ovvero sementi open source.

Dal momento che è possibile brevettare le nuove varietà vegetali (si vedano per l’ordinamento italiano gli articoli 100 e seguenti del decreto legge 30/2005), qualcuno ha pensato di promuovere un movimento e realizzare un modello di licenza ispirati alla filosofia open.

Sul sito Open source seeds è possibile leggere gli obiettivi del progetto e una definizione del concetto di open source seed, nonché ascoltare un’efficace dichiarazione di Vandana Shiva (scienziata e attivista) sotto forma di filmato.

In sostanza, secondo quanto viene argomentato sul sito,

l’idea di “seme aperto” può realizzarsi attraverso una completa documentazione e un contratto di licenza che garantisca ai coltivatori alcuni diritti (anche incoraggiandoli a condividere i semi) e stabilisca vincoli sulle modalità di condivisione dei semi prodotti dalle piante nate dal seme originario.

Una sorta di share alike sui semi, insomma.

Sul sito si trova anche la licenza del progetto, Open Source seed licence, attualmente in versione 0.1. In effetti appare poco più che un abbozzo tratto e riadattato da una Creative Commons; tra l’altro il documento viene dichiarato nel preambolo come non più in uso e pubblicato solo come dato storico. Si attendono quindi la redazione della versione 0.2 e relative proposte (giuristi, fatevi avanti!).

A indirizzarmi su questo tema, per me davvero nuovo e curioso, è stato un recente post dell’insostituibile Glyn Moody dedicato alla notizia della discussione avvenuta nei giorni scorsi presso il Parlamento Europeo di una proposta di regolamento sulle nuove varietà vegetali. Il regolamento in questione richiederebbe macchinose e costose procedure di registrazione per le sementi di nuova invenzione. Se l’intento è quello nobile di permettere una maggiore sicurezza, qualità e tracciabilità dei ritrovati biologici, l’effetto collaterale è rendere questo particolare strumento di tutela giuridica di fatto difficilmente accessibile ai piccoli produttori, con danno anche per i promotori dell’idea di open source seed.

Il solito problema che troviamo anche negli altri ambiti della proprietà intellettuale: ciò che nasce per tutelare rischia di essere utilizzato per controllare o ancor peggio escludere.

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Classifica a due facce

Apogeonline - Ven, 05/10/2013 - 06:47

Sebbene Google non renda note le informazioni relative alle unità vendute, da quanto estrapolato e pubblicato sul sito di Benedict Evans i risultati di Nexus 7 e Nexus 10 non sarebbero esattamente un successo epocale.

Ovviamente il termine di paragone è il solito iPad, sia nella versione standard che in quella mini. In realtà si tratta di dati sul consegnato ai dettaglianti (che potrebbe essere stato venduto oppure no) desunti dai risultati di Samsung e elaborati a partire dalle dichiarazioni di Asus:

Google non dichiara alcunché sulle vendite di Nexus. Asus, che fabbrica Nexus 7, ha rivelato le proprie vendite totali di tablet: 5,35 milioni di unità nel secondo semestre 2012, comprensive di Nexus 7 ma anche di altri modelli. Questo fornisce comunque un limite superiore alle vendite di Nexus 7, ma che dire del modello 10 (fabbricato da Samsung)?

Si tratta quindi di dati che vanno presi con le molle, ma che ci danno lo spunto per fare il punto della situazione sui tablet Android. È bene dire che, mentre nel caso Apple abbiamo a disposizione due tipologie di prodotti, parlando di Android il mercato è molto più diversificato ed ottenere una chiara leadership è ovviamente cosa molto difficile.

Avendo la fortuna di utilizzare tutti questi terminali, devo dire che la mia classifica persona comprende nell’ordine Nexus 7, iPad mini, iPad e Nexus 10. Con Nexus 7, ricordavo in un precedente articolo, mi trovo molto bene in quanto riesco ad accedere a tutti i programmi di cui ho bisogno, ha un buonissimo display e ottimo peso.

Segue a ruota iPad mini che, essendo più largo, mi permette di leggere i giornali online con più comodità. A seguire iPad e Nexus 10, che va bene per vedere film ma trovo troppo grande per altre applicazioni, come la lettura. Si tratta ovviamente di una classifica personale. Se il mio lavoro fosse stato diverso e fossi stato vincolato a scegliere un solo dispositivo, avrei optato probabilmente per iPad mini, semplicemente per l’accesso alla musica attraverso iTunes.

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CSS Zen Garden: voto dieci e reload

Apogeonline - Gio, 05/09/2013 - 06:46

Sono pronto a scommettere che, dei motivi per i quali l’editoria digitale genera meno fatturato della carta, la scarsa attenzione alla tipografia dei libri elettronici sia un elemento importante e altrettanto sottovalutato.

Dopotutto la tipografia, si diceva al convegno internazionale Kerning di Faenza della scorsa settimana, è l’abito per le parole.

Lo sanno da tempo i web designer. Almeno dieci anni, da quando è partito CSS Zen Garden, una pagina che può essere vista in modi quanto mai differenti scegliendo da una serie di fogli stile a cascata particolarmente creativi.

Nel decennale del sito dedicato alla bellezza nel design dei CSS, il suo custode Dave Shea ha deciso di festeggiarlo riaprendo i battenti a nuove proposte di CSS, adeguate al tempo presente:

Nell’ultimo decennio il web ha fatto molta strada. CSS3, HTML5, responsive web design, web font, una versione di Internet Explorer che non induca al suicidio rituale a ogni debug e gli altri progressi che già diamo per acquisiti.

CSS Zen Garden riprenderà così a costituire un esempio di buona tipografia e buon design grafico. Chi volesse partecipare ha solo da cimentarsi con il modulo di invio dopo avere letto le relative linee guida.

Magari per altri dieci anni. Il progresso, in questo campo, può avere il ritmo quasi microscopico degli em. Ma è per fortuna collettiva inesorabile. Oltre che capace di autoironia.

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Come Google ha divorato l’anima di Frommer’s

Apogeonline - Mer, 05/08/2013 - 05:17

Ci si chiede spesso quale sia il vero valore degli editori, il cui ruolo è messo in discussione dalla tecnologia che si evolve e cambia abitudini e stile di vita delle persone. Per provare a rispondere a questa domanda la storia di Frommer’s – oltre a essere interessante – è anche molto utile.

Frommer’s è una casa editrice specializzata in guide turistiche. Fondata nel 1957, è stata acquisita da Google nell’agosto del 2012 per una cifra intorno ai 23 milioni di dollari e con un obiettivo preciso: acquisire informazioni, metadati e contenuti di qualità verificata con cui alimentare i propri servizi di ricerca locale, soprattutto Google Places, ora integrato anche in Google+ Local.

La reputazione di Frommer’s risiede nell’abilità di identificare e descrivere luoghi fisici – attrazioni turistiche così come hotel – con grande integrità editoriale. Nel corso di più di cinquant’anni la casa editrice ha lentamente messo insieme una vera e propria tassonomia dell’esperienza di viaggio, col risultato che ogni anno milioni di viaggiatori visitano musei o prenotano hotel sulla base delle sue raccomandazioni.

Dopo l’acquisizione si pensava che Frommer’s avrebbe seguito lo stesso percorso di Zagat, il sito specializzato in recensioni di ristoranti prodotte dagli utenti e comprato da Google nel settembre 2011. Anche i contenuti di Zagat sono stati utilizzati per migliorare la qualità dei risultati delle ricerche locali, ma le similitudini finiscono qui. Una volta acquisite da Frommer’s le informazioni di cui aveva bisogno, Google ha preso possesso degli account aperti dalla casa editrice sui social network, li ha trasferiti sotto il controllo di Zagat e si è disfatta del brand, rivendendo il marchio al vecchio proprietario, Arthur Frommer.

Il valore di Frommer’s per Google è costituito da due risorse principali: contenuti di qualità – recensioni, indicazioni, dati – e persone. Soprattutto il secondo elemento mi sembra particolarmente interessante. Si tratta di utenti, certamente, delle informazioni legate ai loro account, del loro grafo sociale, delle loro interazioni. Ma – questa è la cosa più importante – si tratta della comunità di persone che si riconosceva in Frommer’s, aveva fiducia nelle sue guide e da cui la casa editrice traeva forza.

È stata di fatto espropriata una risorsa fondante di Frommer’s. Che magari non ha venduto di sua volontà (e sarebbe lo scenario peggiore), ma si è lasciata sottrare: quella più difficile da ricostruire.

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Investigazione batte videosorveglianza 2:0

Apogeonline - Mar, 05/07/2013 - 05:58

I sistemi di riconoscimento facciale sono diffusi e temuti. La loro potenziale invasività è ben comprensibile, dal nostro volto all’interno di foto sui social network al – peggio – monitoraggio indiscriminato dei luoghi pubblici.

L’attentato di Boston però ha mostrato tutte le debolezze ed i problemi di questi sistemi alla prova dei fatti. Un ottimo articolo del Washington Post cita un commissario della polizia locale:

Il software per il riconoscimento facciale non ha identificato gli uomini con il cappellino. La tecnologia non ha ottenuto risultati anche se nei database delle autorità erano presenti foto di entrambi i fratelli Tsarnaevs.

Il caso è stato risolto dal faticoso lavoro umano di chi ha guardato e riguardato i video e dalle testimonianze. Le immagini riprese dalle videocamere di sorveglianza e dagli smartphone erano semplicemente di qualità troppo bassa. Il compito poi era complicato dal fatto che entrambi i criminali indossavano cappellini ed occhiali da sole. Insomma, le videocamere in essere sono sufficienti per la normale attività di controllo ma non adeguate alle esigenze del riconoscimento facciale. Ad Hollywood non lo sanno, o forse sono proiettati in un futuro non troppo remoto, visto che in realtà le riprese effettuate con gli smartphone più recenti sarebbero state quasi adeguate.

La lezione di Boston è che l’attività investigativa, condotta da chi ha analizzato le riprese rintracciando quei due soggetti che arrivavano con lo zaino per andarsene senza, ha vinto contro le promesse della tecnologia: separare l’informazione desiderata dal rumore di fondo non è banale neanche quando si possiedono capacità computazionali enormi.

Il processo di crowdsourcing e la parallela attività di investigazione condotta da Reddit e 4chan hanno invece avuto effetti collaterali (con accuse a persone innocenti) sulle quali ognuno è in grado di farsi velocemente una opinione.

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L’abito per le parole

Apogeonline - Lun, 05/06/2013 - 06:59

Oltre metà dei partecipanti a Kerning Conference, evento internazionale sulla tipografia soprattutto digitale per la prima volta organizzato in Italia grazie anche agli sforzi di Matteo Balocco, proveniva dall’estero.

Lo erano anche tutti i relatori, dall’olandese residente a Berlino Luc(as) de Groot fino a Chris Murphy da Belfast, passando durante la giornata dalla svizzera Nina Stössinger, l’inglese Richard Rutter, il croato Marko Dugonjić, il belga Yves Peters, l’inglese Aral Balkan e l’olandese Bas Jacobs. Il tutto moderato dalla tedesca Simone Angelica Wolf, residente a Reggio Emilia. Geograficamente parlando, Gutenberg parrebbe avere lasciato eredità pratica migliore di Manuzio; la buona notizia è che la metà italiana del pubblico ha potuto avvicinare di persona campioni assoluti di tipografia e i loro racconti di vita, esperienza, nozioni.

Text fonts, display fonts and strawberries in @ninastoessinger fantastic talk #keming instagram.com/p/Y22RHbARux/

— Marta Armada (@martuishere) May 3, 2013

Il tema della tipografia è stato avvicinato da molte diverse angolazioni. Luc de Groot ha raccontato la sua storia di creatore di font, Nina Stössinger ne ha fatto un discorso di armonia del testo sulla pagina, Bas Jacobs è entrato con profondità inaudita nel tessuto vivo del kerning, la crenatura o avvicinamento particolare di coppie di lettere specifiche; Richard Rutter, Marko Dugonjić e Aral Balkan si sono dedicati a HTML e soprattutto ai CSS. In particolare Balkan ha entusiasmato nel perorare la causa dei fogli stile a cascata armato di un editor di testo, certo potente come Sublime Text, e nient’altro, per partire dal nulla – testo compreso – e mostrare veri risultati in pochi minuti.

Le slide di @aral alla @kerningconfbit.ly/ZFzWeI #keming

— cirox (@cirox) May 3, 2013

Yves Peters e Chris Murphy hanno sottolineato più o meno indirettamente il ruolo decisivo che la tipografia riveste nel dare forza al testo, concorrere al significato, supportare il lettore, perfino alimentare la vendita di biglietti del cinema: venti anni di font Trajan nei manifesti cinematografici, in pellicole senza distinzioni di genere o di aspirazioni, e il loro tramonto a favore del carattere scelto dal primo Obama in campagna elettorale sono stati di eloquenza travolgente.

Consigli di lettura tipografica di Chris Murphy #keming twitter.com/tiragraffi/sta…

— Tiragraffi (@tiragraffi) May 3, 2013

Nell’attesa di vedere pubblicate le registrazioni degli interventi e le presentazioni (nel frattempo si passi da Twitter con hashtag #keming), qualche appunto fondamentale: la tipografia vale solo se esiste un contenuto che vale. Griglie e ausilii sistematici aiutano a iniziare, ma per toccare l’eccellenza bisogna avere il coraggio di lasciarli per strada. Con il digitale e il moltiplicarsi delle piattaforme, il mestiere non è mai stato così difficile, né tanto promettente. Cominciare è più facile di quello che sembra, brillare richiede una vita di impegno, trovare aiuto e insegnamento è possibile, le risorse abbondano.

Definizione di #Design. RT @mentinet: Attenzione: incorniciare #keming twitter.com/Mentinet/statu…

— Rosario Toscano (@rosariotoscano) May 3, 2013

E avvicinarsi alla tipografia è non più un estro riservato ai creativi, ma un impegno individuale doveroso. Se teniamo a quello che esprimiamo e desideriamo che raggiunga con il massimo valore il pubblico designato.

type is clothing for words. thank you all #keming

— Stefano Peschiera (@peschiero) May 3, 2013

Categorie: E-learning

Chi è un bravo insegnante?

Gianni Marconato - Dom, 05/05/2013 - 14:03
Tema spinoso ma che torna di continuo. Difficile a dirsi, anche se se qualsiasi collega, studente o genitore non avrebbe difficoltà ad identificarlo. Pare che, oggi, il bravo insegnante abbia a che fare con la questione dell’uso delle tecnologie. Io la mia l’ho già detta qui: nessuna correlazione tra uso delle tecnologie (soprattutto se si parla di hardware, tipo lim e tablet) ed efficacia didattica. Sulla questione ritorna Mario Agati, un insegnante di liceo che gode della mia stima professionale e personale, che parla di “apprendisti stregoni” a proposito dei colleghi che si fanno vanto dell’uso delle tecnologie e per questo si sentono migliori di quelle che no le usano.  Mario afferma che:

Il problema della scuola non è la mancanza di tablet e LIM, è la mancanza di neuroni condivisi, di insegnanti bravi (tolte le solite minoranze), di strategie didattiche serie, di visioni pedagogiche… In queste condizioni, la disseminazione di LIM è inutile e spesso dannosa: quante volte abbiamo visto che sono proprio gli insegnanti mediocri ad appassionarsi ai nuovi gadget elettronici e a mascherare con gli effetti speciali dei bit la loro insipienza didattica e culturale?

 Ribadisco la questione : … quante volte abbiamo visto che sono proprio gli insegnanti mediocri ad appassionarsi ai nuovi gadget elettronici e a mascherare con gli effetti speciali dei bit la loro insipienza didattica e culturale? Mario parla esplicitamente di mascheramento della mediocrità didattica con l’uso delle tecnologie. Una provocazione?  Non lo so, ma di certo una prospettiva da prendere in considerazione; ogni tanto capita anche a me di imbattermi in simili … profili. Per tentare una risposta alla domanda (modello Marzullo), io credo che il bravo insegnante sia, prima di tutto, quello che è consapevole del proprio ruolo e di come lo sta agendo. Giorni fa un’insegnante, non alle prime armi, dice: “Ho sempre più la sensazione di essere irrilevante nel promuovere la crescita dei miei studenti: quelli che entrano già bravi, escono ancor più bravi; quelli deboli continuano ad essere deboli”. Un outing che mi ha, positivamente, sorpreso, soprattutto perché fatto in presenza di una ventina di colleghe della stessa scuola. Sono certo che quella è una brava, una bravissima, insegnante. Altro criterio per avere la medaglia del bravo insegnante è, secondo me, la sua disponibilità a condividere con i colleghi: condividere quello che fa, i suoi successi ed insuccessi, i prodotti che ha sviluppato, come li ha usati, quali risultati ha ottenuto…. condividere,anche, la progettazione e le attività didattiche. Vedo ancora insegnanti che non condividono quello che fanno per timore di non aver fatto cose buone, per il timore di ricevere critiche dai colleghi. Si preoccupano delle critiche dei colleghi e non di quelle degli studenti…… http://tecnologieeducative.wordpress.com/2013/04/07/non-abbiamo-bisogno-di-apprendisti-stregoni/
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Conosci il tuo pubblico

Apogeonline - Ven, 05/03/2013 - 06:38

Tendo a dare alcune cose per scontate. Immagino un mondo di lettori su Kindle più che su Nexus 4; presumo Amazon come una forza inscalfibile nel proprio cercare il monopolio degli ebook.

Invece bisogna vigilare, nel senso di stare attenti ai dati, perché la percezione personale vale sempre meno in un mondo globalizzato e su mercati considerabili in pratica illimitati in numero, tendenze e varietà di partecipanti. Esempio recente, i risultati del monitoraggio praticato da O'Reilly sul proprio pubblico:

L'apparecchio di lettura preferito dai nostri clienti è il computer, seguito a distanza dalla famiglia Kindle. Interessante il fatto che i tablet Android siano molto piu usati per leggere contenuti O'Reilly di quanto sia iPad. A dirla tutta, per i nostri clienti la combinazione tra iPhone e iPod touch è ugualmente molto più diffusa di iPad. E la popolarità di iPad riguarda quasi esclusivamente il suo uso come apparecchio di lettura secondario, non primario.

Niente male, come smentita di tutta una serie di luoghi comuni. Per quanto riguarda il dominio di Amazon nella vendita di libri digitali, impossibile discuterlo. Ma quanti scommetterebbero che l'iBookstore di Apple venda quasi un quarto di tutti i libri digitali? Eppure è quanto emerge incrociando stime di Morgan Stanley (vendite di ebook a 859 milioni di unità nel 2012) con gli ebook venduti dichiarati da Apple, il tutto sintetizzato da Horace Dediu di Asymco:

Nel giugno 2011 Apple ha annunciato la vendita di 130 milioni di ebook mediante iTunes. A ottobre 2012 ha annunciato 400 milioni di libri venduti. Significa 270 milioni di ebook in sedici mesi e suggerisce circa 200 milioni di ebook per il 2012.

Le cose che do per scontate potrebbero non esserlo. Se fossi un editore, a che cosa dovrei affidarmi? La risposta è già stata fornita più volte: dati, conoscenza, analisi, rapporto diretto con i lettori, flessibilità, padronanza tecnica. Magari si finisce per scoprire, come ha fatto O'Reilly, che la maggioranza dei suoi lettori risolve il dualismo tra ePub e Mobi con la netta e persistente preferenza per il formato PDF.

Se il futuro degli ebook è il formato ePub e Amazon punta su Mobi, la maggior parte dei lettori O'Reilly sceglie un po' a sorpresa il formato PDF. E non pare avere voglia di smettere.

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L’Ubuntu impaziente, con quel neo di privacy

Apogeonline - Gio, 05/02/2013 - 06:42

Dopo il quetzal (un particolare uccello dal multicolore piumaggio) della versione 12.10 si passa al lemure [forse procionide. N.d.R] impaziente (Raring Ringtail) della neonata versione 13.04. Canonical continua nella tradizione ormai quasi decennale di legare le varie release del suo sistema operativo a specie animali esotiche; la prima versione di Ubuntu fu infatti rilasciata ormai nel 2004 e fu dedicata al facocero.

La nuova versione, uscita ufficialmente il 25 aprile scorso, ha iniziato i suoi sei mesi di supremazia, prima di venire pensionata il prossimo ottobre dalla salamandra impertinente (Saucy Salamander).

Dal punto di vista strettamente tecnico, la maggior parte delle modifiche che la community si aspettava sono state di fatto rimandate alla prossima release, ma si vede qualche interessante miglioramento, a partire dal passaggio alla versione 3.8 del kernel Linux (rispetto alla precedente 3.5) e ad un perfezionamento nell’interfaccia utente Unity, che aveva fatto tanto discutere. L’obiettivo pare essere potenziare sempre più la dash di ricerca del sistema per indurre l’utente a canalizzare su di essa gran parte della sua attività, sia la ricerca di file e informazioni (anche sul web) o il lancio di applicazioni e processi. E questa sarà la direzione di sviluppo anche per la prossima release.

Nel frattempo però gli utenti Ubuntu amanti della privacy dovranno convivere con una falla già nota e purtroppo non ancora sistemata. La dash di ricerca di Unity infatti è integrata con la ricerca Amazon, il che permette da un lato di ottenere ricerche più complete, dall’altro informa costantemente un soggetto commerciale su ciò che cerchiamo dal nostro computer. Falso problema secondo alcuni; questione essenziale per altri.

A detta di Michael Hall, sviluppatore di punta di Canonical, si tratta di uno scotto da pagare se si vuole una distro Linux che sia quella più friendly per l’utente medio:

Ubuntu è promossa come “Linux per esseri umani”, non come “Linux per la protezione assoluta della privacy”. Dunque, le opzioni di default sono selezionate per raggiungere la migliore esperienza utente. Se la privacy è la vostra principale preoccupazione, ci sono distro di nicchia più adatte a voi.

È invece indiscusso il punto di forza di questo pinguino-lemure: la funzione Photo Lens Search che permette di avere una visione d’insieme di tutte le nostre immagini, presenti in Shotwell, Flickr, Facebook o Google. Un’esigenza molto sentita dagli utenti in un mondo sempre più basato su cloud e sharing online.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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Non è più tempo di blog

Anto - Mer, 05/01/2013 - 19:14

Almeno per me, non è più tempo di blog. Non ho più tempo per il blog.

Il nuovo lavoro, certo, troppo impegnativo.
Ma ci sono anche i gruppi Facebook, luoghi di ritrovo e di sviluppo professionale, nei quali è più facile confrontarsi e avere un riscontro immediato con colleghi e amici.

E’ una mia questione personale, intendiamoci, perché penso che in generale i blog abbiano ancora molto senso, in diversi casi. Ad esempio, nella scuola, dove i blog di classe o dei docenti potrebbero risolvere, a costo zero, almeno una parte del problema del “registro online”: diario delle lezioni, compiti assegnati, attività svolte, et voilà..
In ogni caso, il sito non non chiuderà, anche perché contiene un bell’archivio, un pezzo di vita…

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