Adotta un quadro di Vermeer – Ebook

Questo è l’ultimo ebook realizzato nell’a.s. 2013-14 dagli studenti del Liceo “Giovanni Pico” di Mirandola. Si tratta di scrittura cooperativa, di racconti che si ispirano ai quadri di Vermeer.
Puoi scaricare il file .zip dalla pagina EBOOKS che contiene i formati .pdf, .epub e .mobi.
Buona lettura!

Cosa ci insegnano i MOOCs – #4 Le interazioni

forum coursera

In breve: come si attua l’interazione nei MOOCs per rendere social l’apprendimento. Comparazioni e valutazioni sulle modalità che adottano i diversi portali; trasferibilità nella pratica scolastica.

Dopo aver trattato di valutazioni finali, di valutazione dei compiti e di risorse didattiche, in questo articolo vorrei parlare di interazione, quale caratteristica peculiare dell’apprendimento nei MOOCs che permette lo scambio sociale delle conoscenze, arricchendole delle discussioni dei partecipanti e rendendo l’ambiente vivace ed efficace.

Con le funzioni principali analizzate in precedenza si può organizzare una progettazione abbastanza razionale, sequenziale e funzionale ai percorsi di apprendimento. Le interazioni, invece, data una struttura di base come ad esempio quella che si vede nell’immagine sopra, nei MOOCs sono lasciate alla spontaneità degli interventi dei partecipanti.
Le tipologie di strumenti più utilizzati per far interagire i corsisti sono sostanzialmente due: 1-Forum in piattaforma; 2-Social network.
Entrambe presentano vantaggi e svantaggi e quindi si tratta di capire quale strumenti usare e come sia meglio organizzare l’interazione nell’attività scolastica, sia sfruttando la presenza degli studenti in classe, sia facendoli interagire online.

Meglio fare subito una precisazione: l’interazione richiede tempi adeguati. Se ad esempio si propone un’attività con una risorsa didattica che richiede un’attenzione di 15′, il tempo per l’interazione può essere raddoppiato o addirittura triplicato. Seguire discussioni, organizzare discorsi, rispondere, preparare documenti, infatti, non è tra le attività più semplici perché richiede la rielaborazione individuale o a gruppo dei contenuti. In ogni caso ci sono strategie che possono aiutare e facilitare questo compito che nelle attività scolastiche è spesso un po’ trascurato per la tendenza a considerare valido solo lo studio e la produzione individuale. Proprio i MOOCs ci possono insegnare come introdurre questa funzione di scambio sociale così importante per l’apprendimento costruttivista e connettivista.

L’interazione sui forum

Ogni piattaforma di e-learning ha il proprio strumento “forum”. Dei diversi portali che ho analizzato, questa modalità di interazione asincrona è utilizzata in modo più o meno aperto; mi spiego: Su Coursera, data una struttura di forum base organizzata per lezione settimanale che in teoria si dovrebbe seguire, ciascun corsista può aprire nuovi forum e nuove discussioni. Questo atteggiamento aperto ricalca la strategia che vede nel “caos” comunicativo una risorsa importante per arricchire l’apprendimento. Lascio però immaginare l’ingente numero di thread aperti, spesso difficili da seguire in cui le discussioni si parcellizzano in mille rivoli perché ciascuno, per mettere in evidenza il proprio argomento e per non perdere tempo a cercare titoli affini alle proprie necessità comunicative, apre nuove discussioni anziché seguire quelle già attive. Questo, si sa, è il grosso rischio dei forum.
Altra modalità adottano  iversity (EU), Open2Study (AUS) e Future Learn (GB) dove  forum specifici sono posti come strumento interattivo appena successivo alla lezione, con l’intento di mantenere la discussione all’interno dell’argomento. In particolare l’ultimo che ho elencato pone come titolo della discussione una domanda circostanziata, magari organizzata in più punti, e su quella i partecipanti ragionano e apportano il proprio contributo.

Il vantaggio dei forum aperti sta nella possibilità di trovare discussioni interessanti, creative, anche out of topic. La gente è invogliata a scrivere -qualcuno è anche grafomane- , a inserire oggetti multimedia e link, a proporre proprie esperienze, così da creare vere e proprie chiacchierate a ventaglio. Lo svantaggio è quello di perdersi cose interessanti perché il caso, la fortuna ed anche il tempo a disposizione, non permettono di leggere tutto o di rispondere a tutti. La serendipity fa da padrona, così come succede navigando in Internet.
Il vantaggio dei forum più strutturati sta invece nella focalizzazione specifica dell’argomento in questione, quindi può essere usato anche come elemento di valutazione da inserire nelle voci che ho trattato nei post precedenti. Lo svantaggio consiste nella connettività limitata al solo argomento o sub argomento in questione. Ciò non toglie che si possano aggiungere riferimenti esterni ed ampliare il discorso. Questa modalità permette anche al docente di seguire più agevolmente le discussioni che, nell’altro caso, diventa quasi improponibile.

Bisogna allora trovare un punto di equilibrio tra la massima dispersione e la rigidità espressiva. Fra i due estremi che ho presentato ritengo che la seconda modalità – a me piace molto quella attuata da Future Learn- sia più funzionale per l’apprendimento formale, quindi anche scolastico. Ai miei colleghi che lavorano su piattaforma, infatti, consiglio sempre di aprire discussioni con richieste interattive precise ed eventualmente di sollecitare la ricerca di risorse aggiuntive da condividere. La modalità più aperta, informale, può essere infatti trasferita sui social network.

L’interazione sui social network

Ogni piattaforma, ogni MOOC ha i propri account sui social network. Già dal primo che ho frequentato, quello della Consiglio d’Europa “Fundamental of e-learning”, le discussioni avvenivano sia sul forum del CMS moodle, sia con altri strumenti del web 2.0, lasciando liberi i partecipanti di usare quello più congeniale.
A tutt’oggi i più utilizzati sono Facebook con pagine specifiche, Twitter usando l’hashtag dedicato. LinkedIn aprendo un gruppo del corso. Whatsup sempre creando il gruppo specifico.

  1. Facebook si sa, è molto popolare tra gli studenti. Scegliendo tra le funzioni qui si può lasciare la pagina aperta ai post in scrittura, oppure solo il docente inserisce l’indicazione dell’argomento della discussione e stimola i commenti, a postare prodotti digitali e risorse esterne. Il gruppo può essere chiuso o aperto. Dal mio punto di vista lo si dovrebbe lasciare aperto – chiudere una discussione su un social network mi sembra un controsenso-, ci sono infatti altri strumenti per condividere  con maggior riservatezza le risorse ed interazioni con la classe.
  2. Twitter permette di trovare argomenti correlati, di seguire timeline delle liste, di postare link dei propri prodotti digitali e di farli girare in rete. Twitter, però, non è molto popolare tra i nostri studenti.
  3. LinkedIn è molto utilizzato negli USA e in genere all’estero. Anche questo SN è un po’ lontano dalle necessità interattive dei nostri giovani.
  4. Whatsup è comodo per le comunicazioni di gruppo immediate e le possibili sollecitazioni a completare attività e compiti. Attenzione che non diventi troppo invasivo.

Così come nella filosofia connettivista lascerei ampia libertà di scelta valutando le opportunità di utilizzo dell’uno o dell’altro strumento in base alle abitudini degli studenti o a necessità specifiche. Non mi addentro nel particolare, ma ritengo sia buona cosa un’azione di media education con questi strumenti.

Una delle pratiche interattive in presenza che si consigliano nei MOOCs a tema education è quella dei seminari: “Seminars consist of small numbers of students who engage in discussion of a subject with the aim of gaining a better insight into the topic. Seminars may also require students to prepare a short presentation. (Study skills for international students – futurelearn.com)”. Ecco che allora si ritorna alla necessità della modalità classe rovesciata, come espresso più volte in queste brevi analisi.

Conclusioni

Ho cercato con questo breve post di fare il punto sull’interazione che comunque rimane una delle fasi di maggior complessità, sia nei MOOCs, sia a scuola. Come ho imparato nel miei studi e dalla mia esperienza professionale, l’interazione sugli argomenti scolastici quasi mai avviene spontaneamente, va stimolata ed educata e soprattutto va considerata come fase integrante del processo di apprendimento, quindi anche valutata.

A conclusione dei quattro articoli di “Cosa ci insegnano i MOOCs“, seguirà una post di sintesi operative che ho messo a punto con l’esperienza della mia partecipazione ai MOOCs, da applicare nel mio contesto di insegnamento.

A presto.

Editoria digitale, scuola digitale – Intervista

books scuola

Testi abbandonati dopo il terremoto

In breve: Aurora Santachiara mi intervista sull’editoria digitale e scuola digitale per la sua tesi di Laurea.

Il suo libro spiega come si costruisce un e-text in maniera collaborativa: quali sono le ragioni di questa scelta?
In sintesi la scelta di occuparmi dei libri di testo è riconducibile al ruolo di genitore costretto a spese pressoché inutili e ad un sistema commerciale che ormai ritengo sia obsoleto. Il digitale viene in aiuto con le sue opportunità creative, specialmente quella di coinvolgere gli studenti nella costruzione di percorsi di sapere. Gli strumenti ci sono, sia hardware, sia software. Servono voglia di cambiare, nuove competenze e buona volontà.

La tecnologia e l’uso di internet è spesso vista dagli studenti come un momento di svago, l’unico filo che lega internet e la scuola è l’uso dei motori di ricerca per fare ricerche e l’uso di piattaforme di e-learning, laddove ce ne siano. Qual è stata la reazione degli studenti alla proposta del progetto?
Gli studenti sono immersi nella tecnologia ed hanno l’abitudine a creare contenuti. La scuola deve indirizzare all’utilizzo degli strumenti funzionali all’apprendimento, stimolandoli alla ricerca e all’espressività. L’acquisizione delle competenze informatiche è, sia imparare delle procedure, sia operare delle scelte di contenuto, intellettuali ed estetiche in ambienti di condivisione. Le reazioni sono buone perché si arriva a prodotti, come ad esempio gli ebook, che danno soddisfazione e ripagano della fatica fatta. È un lavoro artigianale e come tale è carico del valore aggiunto della narrazione, dall’azione educativa che consiste nella sollecitazione di processi mentali ad ampio raggio: la creatività, la pazienza esecutiva e il superamento delle difficoltà. Tutte queste sono componenti fondamentali dell’imparare a scuola e gli studenti lo percepiscono positivamente.

Quanto è importante a suo avviso l’acquisizione di una competenza digitale per gli insegnanti?
Nel XXI secolo non possedere competenza digitale significa essere analfabeti. Gli insegnanti, inoltre, dovrebbero guardare oltre il presente e proiettarsi verso il futuro perché gli studenti di oggi avranno un domani probabilmente molto diverso da quello che ha vissuto la generazione precedente. Bisogna dare strumenti per riuscire ad affrontare il mondo reale e non ostentare un modello che non ha più ragione di esistere, pena il fallimento del sistema educativo e di istruzione. Gli stessi docenti devono rendersi conto che sta esplodendo una forte concorrenza, almeno sul piano dei contenuti se non proprio quello della didattica, che viene dal web.
In questo periodo sto valutando i modelli didattici dei MOOCs (Massive Online Open Courses) che hanno già strutture più razionali ed efficaci rispetto alla scuola tradizionale. Io mi sto attrezzando, ma quanti altri lo fanno? C’è in atto nella categoria un conflitto psicologico e intellettuale che punta in direzioni diverse: il primo tende all’innovazione abbandonando vecchi modelli, sperimenta non senza difficoltà per i pochi mezzi a disposizione e senza riconoscimenti; il secondo che vive di nostalgie, che interpreta ogni valorizzazione della categoria come giustificazione a continuare a procedere con una didattica erogativa ed autoritaria. In mezzo ci sono gli scettici, quelli che non si pongono nemmeno il problema. Non vedo una soluzione rapida all’arretratezza digitale dei docenti italiani.

Come vede la scuola italiana tra 10 anni?
Come scrivevo sopra ci sarà una forte concorrenza. La conoscenza, che prima era appannaggio di alcune categorie, adesso con la rete diventa accessibile a tutti. Non è più sufficiente sapere i contenuti disciplinari, bisogna saperli utilizzare come strumenti educativi in maniera più efficace. Fra 10 anni con molta probabilità ci saranno nuovi strumenti, forse anche insegnanti robot che si adattano allo stile di apprendimento di ciascuno studente, forme di simulazione più avanzata, realtà virtuali che metteranno in condizione di provare a fare cose impensabili. Volendo fare previsioni, vedo scuole più attente ai processi di socializzazione e di apprendimento condiviso indispensabili alla crescita equilibrata della personalità, le stesse scuole demanderanno l’apprendimento dei contenuti ad agenzie sul web. Le scuole saranno con probabilità spazi aggregativi con tutor che avranno il compito di facilitare gli studenti a studiare in ambienti interattivi.
Scherzando con un mio collega, un giorno gli ho detto che le uniche materie dove è indispensabile la presenza fisica degli studenti sono Educazione Fisica (oggi si chiama Scienze Motorie) e Filosofia. Un po’ un ritorno alle origini come nell’antica Grecia. Il resto può essere tranquillamente demandato a forme semi o interamente automatizzate. Naturalmente sto parlando di adolescenti, ma anche negli ordini inferiori penso che si arriverà ad avere luoghi di apprendimento che non saranno più come le scuole di oggi.

Cosa propone nel suo libro e quanto sono importanti le pratiche di testi 2.0?
Quello che propongo nel mio testo è una pratica alternativa all’adozione dei libri di testo. C’è la possibilità, chi la vuole sperimentare ora può. La mia esperienza di testi digitali delle case editrici è limitata, non sento dai colleghi né interesse né, per i pochi che li hanno visionati, differenze sostanziali con quelli cartacei. La mia opinione è che sono pressoché inutili, mentre sono per i “libri veri” e risorse costruite in itinere che possono sfociare in un ebook auto-prodotto e auto-pubblicato (reso pubblico).
Gli insegnanti storcono il naso un po’ su tutto ciò che è innovativo, ma è come gridare “al lupo al lupo” per qualsiasi cosa cambi lo status quo, per cui non si capisce quali siano gli argomenti da salvaguardare e quelli da cambiare. Io sono per il cambiamento che dovrebbe iniziare da un’organizzazione didattica diversa che non sia solo quella dettata da contingenze economiche. I tempi non sono di certo favorevoli ma, quello che ci è permesso fare in coerenza con i margini di libertà che ci sono assegnati dagli articoli 9 e 33 della Costituzione, si fa, si prova a fare. Le case editrici facciano pure i loro interessi, ci mancherebbe, personalmente cerco di fare gli interessi dei miei studenti e delle loro famiglie che sono indotti a comprare libri che non usano. Una conferma l’ho avuta agli ultimi esami di Stato: libri con più di 300 pagine per una materia con 60 ore all’anno, di cui solo una trentina utilizzate. Uno spreco inutile di risorse che si possono reperire anche gratuitamente.

Molti sostengono che i libri prodotti potrebbero “soffrire” a livello qualitativo, lei cosa pensa in merito alla qualità dei testi in self-publishing?
 
Chi sostiene che i testi auto-prodotti non siano di qualità non ha capito cos’è un ebook. Si pensa ancora al libro come oggetto fisso, definitivo, gutenberghiano, che quando esce dalla tipografia si può aggiornare solo con gli Errata Corrige. Il digitale è fluido, come si usa dire adesso: liquido. E’ aggiornabile, correggibile, integrabile, facile da fare, facile da pubblicare. Inoltre rappresenta, non tanto l’oggetto libro in sé, ma il processo a livello educativo, il percorso di insegnamento/apprendimento, la documentazione dell’evoluzione didattica. Dobbiamo capire che Ii libro non è più quello di una volta.
Quelli che parlano di validazione hanno in mente un processo industriale non didattico, prodotti di largo consumo, commerciali, standard. Nessuno si chiede se i contenuti che passa un insegnante a scuola siano validi, tra l’altro dopo un titolo di studio riconosciuto, un’abilitazione all’insegnamento, aggiornamenti, ecc. Quello dell’insegnante rimane comunque un lavoro difficile, di leggerezze a scuola se ne fanno continuamente, ne ho fatte anch’io per inesperienza, per ignoranza, a volte per stanchezza; ne vedo tutti i giorni di assurdità, le leggo negli sguardi sconcertati degli studenti, dei loro genitori.
Riguardo ai testi in adozione ce ne sono in circolazione pieni di errori, con orientamenti ideologici diversi, difficili da interpretare e nessuno si scandalizza ed alza barricate. Nella libertà ci stanno anche le schifezze e, aggiungo, a costi elevati. La validità dell’ebook della mia materia che sto per pubblicare, per me, ha lo stesso grado di validità della mia azione nell’insegnamento orale. La differenza è che a scuola mi ascoltano in 200, se pubblico l’ebook sul mio blog in 20.000. E allora, cosa devo temere? Allo stesso modo chi mi valida durante le mie lezioni? Fatevi avanti! Discutiamone, vi aspetto.

Cosa ci insegnano i MOOCs – #3 Le risorse didattiche

moocs risorse didattiche

In breve: aspetti qualitativi e quantitativi delle risorse didattiche nei MOOCs; come migliorare l’efficacia di quelle per scuola.

Ho impiegato qualche settimana a ragionare sulla qualità delle risorse didattiche che sono proposte nei MOOCs facendo un parallelo con quelle che la scuola è solita proporre, perché vedo in entrambi i contesti difetti di efficacia. Proverò di seguito ad elencare ciò che non va nell’uno e nell’altro caso per tentare di trovare punti di mediazione affinché la quantità e qualità delle risorse didattiche tenga alta la motivazione  e non scada nella pedanteria che, come si sa, è controproducente all’apprendimento e causa di un’arresa precoce da parte degli interlocutori. Non affronterò tutte le opportunità mediatiche, ma solo quelle che, a mio avviso, possono incidere su un processo innovativo della didattica.

Video

Nei MOOCs il video corrisponde alla lezione frontale, trasmissiva; è il modo in cui il docente si presenta alla platea e spiega i propri contenuti. Non c’è interazione. Si ascolta, al massimo si stoppa e si fa rewind se è sfuggito qualcosa. Nei MOOCs più sofisticati il docente si aiuta con una white board che compare sullo sfondo per sottolineare, rimarcare un concetto, una frase di sintesi o un’immagine.
Tutto ciò risulta uno scempio alla cinematografia, alle sue opportunità mediatiche specifiche, perché più spesso quei video sono presentazioni camuffate con sequenze più statiche che dinamiche.
In qualche corso si cerca di ovviare alla monotonia presentando lezioni tenute da più docenti in una specie di dibattito sull’argomento, alternando gli interventi e introducendo registri comunicativi un po’ più informali e coinvolgenti. Operazione abbastanza dispendiosa che necessita di una sceneggiatura e di una regia competente.
La lunghezza della ripresa è determinante. Personalmente dopo 5′ di video schiatto e mi metto a fare altro come temperare le matite o fare i disegnini sulla carta. Anticipo questo comportamento insofferente se il docente ha un tono di voce sgradevole o soporifero. E, considera, che io sono motivata all’apprendimento, non me l’ha ordinato il dottore. Immagina i tuoi studenti di fronte ad una lezione video di 20′ o in classe a far finta di ascoltare.
Per fortuna, tanti corsi mettono a disposizione i sottotitoli, più spesso in inglese del cui uso parlerò nel paragrafo successivo.

Il parallelo con la scuola è presto fatto: un insegnante che tiene una lezione più lunga di 10′ senza interagire con gli studenti ha poche probabilità di essere ascoltato. Il mio consiglio è quello di limitare questi interventi in video -nella scuola, frontali- e di riservare questa modalità comunicativa a dei prodotti come dio comanda, magari fatti da appassionati di cinematografia che abbiano anche qualche competenza.
Il video, nell’e-learning ed anche a scuola, servirebbe proprio per mostrare ciò che non è possibile riprodurre il classe: una simulazione, un’applicazione in contesto, una provocazione anche ironica, interazioni dinamiche con l’esterno fatte dagli stessi studenti, dove loro sono i protagonisti e costruttori del prodotto d’apprendimento.

Testi

Come ho detto sopra i video sono spesso corredati da sottotitoli nel formato .txt.
Ora, si possono seguire guardando il video, ma ci vorrebbero due sistemi visivi, oppure si possono copiare e, con un po’ di pazienza, trasformare in ebook come faccio io per leggerli sul kindle e fare sottolineature e annotazioni con la comodità del traduttore incorporato. Direi estremamente meno ansiogeno che captare tutte le parole in lingua straniera, a volte espresse con cadenza e velocità difficili da seguire.

Inciso: non ho ancora capito come mai non ci sia una sufficiente flessibilità, anche negli USA e paesi avanzati, nell’utilizzo degli ebook. Si tende sempre a considerare il formato .epub come esclusivo dei libri, così nella loro accezione classica. Molti docenti di MOOC pubblicano il proprio testo acquistabile sugli store e non pensano che con gli appunti delle lezioni, uno un po’ sgamato riesca a farsi il libro del corso. Io ne ho già fatti alcuni, tutti ben organizzati con tutti i crismi necessari comprese le immagini salienti. Se fossi un docente del corso metterei a disposizione anche l’.epub, non è anche questo un formato per mobile? Mah!

Una volta ottenuto l’epub, me lo leggo in tranquillità perché la lettura ha il vantaggio di adattarsi al mio ritmo, più o meno regolare e lo posso fare ovunque, anche offline.

Procedo quindi con un skimming reading, per evidenziare le cose fondamentali.
Per la precisione: un video di 5’17” corrisponde a 4600 caratteri,  746 parole (una pagina abbondante in A4, in Arial 12), che possono essere ulteriormente sintetizzate. Qualcuno dei docenti si parla un po’ addosso.

Anche a scuola ritengo che questo sia il limite sul quale poter impostare una lezione. Una breve spiegazione di in argomento, focalizzare i concetti principali e procedere con le attività successive di verifica della comprensione, applicazione e rielaborazione, come ho schematizzato nel post sulla valutazione degli apprendimenti. Una procedura simile l’aveva adottata il docente inglese in un corso di didattica che ho seguito qualche anno fa. Ti assicuro che, con poco testo e poche spiegazioni procedurali, si ottengono concentrazione ed attenzione molto più che con una lezione trasmissiva.

Come detto nei post precedenti si può adottare la didattica a classe rovesciata, stando attenti a non sovraccaricare di letture e compiti domestici. Assolutamente da evitare: “leggi il capitolo X sul libro”. Dieci materie, di cui tre-quattro al giorno, comporterebbero un lavoro esagerato al pomeriggio. Meglio sfruttare la mattinata nell’attività in presenza con opportunità interattive dirette e già dotati di un’infarinatura dell’argomento. Il mio motto è: meglio sapere qualcosa di un certo argomento che non saperne niente. A scuola, in tanti, non aprono il libro per settimane, mesi.

Approfondimenti

Ci sono due macro sistemi a cui fare riferimento per reperire risorse aggiuntive:

  1. La rete con link di approfondimento, facendo attenzione a dare una breve descrizione del contenuto. In questo caso non mettere troppe letture aggiuntive, ma selezionerei quella che può aiutare nella comprensione. Lascerei comunque libertà di ricerca agli studenti per condividere le proprie scoperte. Vedremo in seguito nel post sull’interazione.
  2. I libri perché l’apprendimento è fatto anche di struttura lineare, sequenziale, narrativa, complessa, organica, ecc. Ci sono molti testi di approfondimento per tutte le età. Siamo pieni di libri, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Conclusioni

Dai MOOC possiamo imparare a dosare le risorse didattiche in modo che siano equilibrate nella quantità ed efficaci per qualità. Come vedi non sono menzionati i libri di testo, questo perché, a mio parere, non sono necessari. Si può obiettare che l’apprendimento parcellizzato con risorse brevi e sintetiche non sia corrispondente al concetto di cultura dominante nella nostra scuola. Dobbiamo pensare, però, più allo sviluppo delle competenze che non all’acquisizione di nozioni e le competenze si sviluppano mettendo sul piatto i contenuti essenziali, idee e progetti con percorsi che sfocino in prodotti originali. Tutto questo processo può diventare il libro di testo di quella classe, di quel contesto educativo, come suggerito nel mio ebook.

Nel prossimo articolo parlerò di interazione.

Buone vacanze!

Cosa ci insegnano i MOOCs – #2 Valutare i compiti

coursera app

In breve: come valutare i compiti e organizzare le prove su livelli per obiettivi didattici; distribuire i punteggi funzionali alla valutazione finale.

Nel post precedente: Cosa ci insegnano i MOOCs – Valutazioni finali,  ho mostrato che un corso viene suddiviso in step valutativi con un punteggio che di norma è in centesimi, in termini assoluti o in percentuale. Di norma il 70 dà diritto al superamento e/o alla certificazione.

In attesa di approfondire l’argomento competenze nel corso Assessment and Teaching of 21th Century Skills, provo a fare il punto di quanto ho appreso fino a questo momento, anche dopo la lettura dei testi del corso Performance Assessment in the Virtual Classroom, sempre su Coursera.

In un corso online e, a maggior ragione con lezioni in presenza, si deve tener conto degli obiettivi didattici che si vogliono far raggiungere agli studenti. Questo sembra un discorso scontato, ma non è così. Nei MOOCs si permette al corsista di scegliere la profondità dei propri apprendimenti, cosa che non avviene sempre nella scuola, quanto meno non è sempre chiaro ed esplicito il livello da raggiungere con i rispettivi compiti da eseguire. In genere si dà una prova uguale per tutti e si valutano successivamente gli obiettivi raggiunti. Una suddivisione meglio organizzata, invece, permetterebbe ai propri studenti di capire cosa ci si aspetta da un compito e, di conseguenza, sentirsi più coinvolti, concentrando l’attenzione sulla tipologia della prova esprimendo le abilità richieste nello specifico. Vediamo insieme come separare le tipologie in base agli obiettivi.

I livello – Conosce

Il primo livello corrisponde alla valutazione delle conoscenze. Data una qualsiasi risorsa didattica da visionare, si va a verificare se il contenuto è stato letto, visto, ascoltato e capito. Sembra banale e riduttivo ma è indispensabile che ci sia stata la  comprensione di quanto somministrato. Di solito, nei MOOCs, questa fase viene valutata con i quiz, da 10 a 20 items o domande aperte con risposte molto brevi, in cui si verifica che il soggetto abbia capito l’argomento, ne conosca i concetti salienti e la terminologia specifica. Molto efficace potrebbe essere adottare la modalità a classe rovesciata (flipped classroom. Trovi su questo sito alcune lezioni tradotte da un corso su sophia.org) in cui, ad esempio, si danno le risorse didattiche da visionare a casa e poi somministrare il test a scuola il giorno dopo. Sempre nei MOOCs si dà l’opportunità di provare il test più di una volta, almeno un paio, randomizzando le domande in modo che non si riproponga sempre la stessa sequenza. Tentativi ulteriori abbassano la percentuale del punteggio ottenuto, esempio del 25%.

In un corso completo, che nella didattica in presenza potrebbe corrispondere ad una Unità di apprendimento, il punteggio conseguito con questo livello di apprendimento potrebbe corrispondere al 30-40% del totale, suddiviso in più step.

Questa fase non è necessariamente individuale, ma può essere preceduta da interventi interattivi per una miglior comprensione dell’argomento utilizzando il solito Google Drive, sul quale postare il testo, le immagini, il video, o l’audio, con interventi in scrittura collaborativa ad uso forum.

II livello – Sa applicare

Questo livello corrisponde alle abilità che si sviluppano attraverso le conoscenze acquisite in precedenza. Si tratta infatti di applicarle con esercizi coerenti all’argomento trattato. Data una scaletta procedurale, bisogna entrare nel concreto facendo analisi, sintesi, prove, con piccoli problem-solving anche di carattere creativo. E’ bene stimolare molte situazioni che richiedono risposte circostanziate. Di solito nei MOOCs  si lascia una certo margine di scelta di intervento ma con produzioni che non superano un limite stabilito di parole. Anche in questo caso si distribuisce il punteggio con una quota del 30/40%

Il peer assessment

Da questo punto si può introdurre il peer assessment, ovvero, la revisione e valutazione tra pari che, fatta da tre,  cinque compagni, assume un indice di correlazione molto vicina a quella del docente, il quale, comunque, può intervenire e darne una propria. Meglio se questa modalità avviene in forma anonima, sia per chi valuta, sia per chi è valutato. Sulle piattaforma CMS ci sono strumenti per distribuire con casualità gli elaborati da correggere, ma è possibile effettuarla anche in digitale, numerando a caso gli elaborati. Questa strategia valutativa ha una forte valenza sociale come espressione connettivista del sapere, infatti, si impara dalle esperienze degli altri, non solo dal docente.

 III livello – Esprime competenze

La restante percentuale, 20/40%, per raggiungere i 100 punti è delegata alla forma più creativa perché le conoscenze e le abilità acquisite in precedenza sono calate in un contesto reale dove si deve sviluppare un vero e proprio progetto. Anche qui è opportuno che i docenti  strutturino il compito con una scaletta di interventi. Il percorso è più o meno dettagliato e omologato, dipende dall’argomento e dalla materia. Può essere un caso di studio o un problem solving da sviluppare, oppure una forma più libera e creativa come un vero e proprio project, dove è lo studente stesso che sceglie il contesto ed inserisce i propri dati da elaborare. Anche in questo caso si dà un limite di parole e si valuta tra pari.
A mio avviso questa parte è quella più coinvolgente, spesso la più faticosa, ma di certo quello che dà soddisfazione perché mette in gioco tutte le proprie abilità, anche quelle non strettamente sviluppate dall’unità di apprendimento.

Conclusioni

In questo breve post non sono entrata nel dettaglio delle prove, né nelle discussioni riguardo l’uso di tipologie di valutazione, come ad esempio quella dei quiz che è spesso controversa. La distribuzione in diverse modalità ha di certo dei vantaggi:

  • permette di esprimere l’apprendimento nei suoi diversi processi cognitivi: memoria, intuizione, applicazione, rielaborazione, creatività, ecc.
  • attiva strategie di soluzione differenziate per livelli per arrivare all’obiettivo finale;
  • attiva una componente ludica (attenzione: non competitiva) che stimola la motivazione intrinseca perché non annoia, ma porta a voler raggiungere obiettivi tangibili;

Il docente dovrà preparare le lezioni, non per ripetere i contenuti alla classe, ma per progettare percorsi che permettano di sollecitare le componenti dell’apprendimento che ho elencato sopra.

Nel prossimo post parlerò di come distribuire le risorse didattiche.

Problem Solving Collaborativo – Le competenze

ACT21S

In breve: in allegato le tabelle di valutazione delle competenze di apprendimento (it) del XXI secolo, da un MOOC della University of Melbourne

Tanto per cambiare sto seguendo un altro MOOC. Questo, ACT21S (Assessment and Teaching of 21st Century Skills) su Coursera, riguarda la valutazione delle competenze di apprendimento.

Quello delle competenze richieste nel XXI secolo è un argomento ampiamente dibattuto nella didattica che cerca di integrare nelle proprie prassi questi concetti valutativi proposti dalla UE nelle competenze chiave per l’apprendimento permanente per i cittadini dell’Unione. In questo corso si fa riferimento anche a quelli del NAEP (USA), PISA (OSCE), NAPLAN (Australia) e TIMSS, ma l’equipe di docenti ha messo a punto una propria tabella (ACT21S) in cui emergono due campi di intervento per la valutazione delle competenze: Sociale e Cognitivo, tipico delle necessità di un apprendimento fruito con le tecnologie.

Personalmente non sono molto amante delle classificazioni così dettagliate a causa di esperienze di elencazioni di obiettivi e competenze dove ancora si insiste sulle peculiarità delle diverse discipline. Questa che ti propongo in allegato è, invece, totalmente trasversale e applicabile ad ogni contesto di apprendimento.

Delle competenze dell’apprendimento, che elenco:

  • creativity and innovation (creatività e innovazione)
  • critical thinking (pensiero critico)
  • problem solving (soluzione dei problemi)
  • decision making (prendere decisioni)
  • learning to learn (imparare ad imparare)
  • meta-cognition (consapevolezza del proprio modo di apprendere)

il corso focalizza l’attenzione sul problem solving collaborativo – CPS, individuando in questa procedura il fulcro per organizzare una didattica più coinvolgente ed efficace.

Per questo corso devo organizzare il primo compito seguendo queste tabelle. Per mia comodità le ho tradotte e le condivido volentieri. Le trovi qui sotto nel formato .pdf (80Kb)

Scarica le tabelle: Collaborative Problem Solving

Alfabeto delle emozioni e dei sentimenti – ebook

Un ebook realizzato da una classe del Liceo “Giovanni Pico” di Mirandola nell’anno scolastico 2013-14. E’ una raccolta di poesie originali e disegni originali.

Puoi scaricare i file nei formati ePub e mobi di questo ebook per dispositivi mobile dal link  qui sotto (.zip 6,7 Mb) :

Alfabeto delle emozioni e dei sentimenti