5 affermazioni da smentire quando si parla di scuola e tecnologie

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In breve: pregiudizi su scuola e tecnologie Condividi il Tweet

Accolgo la provocazione di Marco Dominici che invita in un suo articolo di Medium, ad stilare un proprio elenco di pregiudizi correnti riguardo l’uso delle (nuove) tecnologie in classe.
In verità anch’egli si riferisce ad un post in cui un docente americano , in estrema sintesi, fa la stessa operazione, a dimostrazione che a livello planetario e proprio negli USA, paese molto attivo nell’innovazione, ci siano ancora da sbloccare luoghi comuni e che il processo di sdoganamento delle tecnologie nell’educazione vive, là come qua, momenti di strenua resistenza e criticità.

In verità, frequentando in parecchie occasioni corsi online (MOOCs), proprio da quel paese e da altri altrettanto originali nel trovare soluzioni efficaci di insegnamento – apprendimento, il grado di innovazione didattica messo a punto con le nuove tecnologie si sta pian piano diffondendo dalla ricerca all’applicazione, con un processo “osmotico”, sia quantitativo per il numero di proposte di formazione, sia qualitativo per il grado di creatività, quale scintilla per innescare processi di innovazione che la convertono in sistema.

Anche nel nostro paese ci sono esempi che vanno in questa direzione; siamo però ancora un po’ lontani da una diffusione accettabile, sia per il livello di formazione dei docenti, ma soprattutto per una resistenza alla novità, alimentata anche da centri di potere mediatici che puntualizzano spesso ciò che di negativo comporta l’uso delle tecnologie.

Vorrei a questo punti stilare un elenco personale, un po’ ragionato, di alcuni pregiudizi che sento spesso aleggiare tra i colleghi, sia nel mio ambiente scolastico, sia in rete.

  1. Per lo studio la carta è insostituibile. Questa affermazione può essere vera se si ha come riferimento il libro di testo adottato, il cui costo autorizza a credere che sia il non plus ultra per qualità dei contenuti che contiene. In verità questi, ormai, si trovano ovunque, basta saper cercare bene e con metodo. Ascoltare più di una campana, saper analizzare, come saper sintetizzare, sono competenze imprescindibili del XXI secolo. Questo tipo di didattica non ha bisogno di un libro di testo, ma di tracce metodologiche indirizzate soprattutto alla soluzione di problemi con una didattica che costruisce il sapere. I libri non scompaiono ma devono essere, -io li chiamo-, libri veri. Le nuove tecnologie facilitano questo compito, con la rete e l’editoria digitale integrate nelle loro diverse funzioni, lineare e reticolare. Il digitale, inoltre, permette sottolineature, annotazioni, sincronizzazioni che il libro di carta può dare solo in maniera limitata.
  2. L’insegnante deve spiegare, altrimenti che insegnante è? Il ruolo del docente non è più quello di mettersi alla lavagna e parlare per ore mentre la classe assorbe (quando va bene), nozioni con un ritorno di output prestabiliti. L’insegnante rimane comunque colui che facilita i percorsi di apprendimento, accettando vie diverse alla sua realizzazione. Il nostro cervello, oserei dire il nostro corpo, nella realtà è un laboratorio di apprendimento che tenta di dare risposte a problemi reali, anche se astratti, e non un contenitore da riempire. La tecnologia aiuta a distribuire risorse didattiche dalle quali partire e  raccogliere risultati sotto forma di prodotti intellettuali originali.
  3. Non tutti posseggono i dispositivi per accedere alle informazioni. Questo discorso poteva aver senso qualche anno fa quando le scuole spendevano molte risorse per allestire laboratori informatici. Ormai il problema è ampiamente superato dal mobile; il 99% dei nostri studenti possiede uno smartphone e, come ci insegnano i paesi in via di sviluppo, questo è uno strumento con il quale si possono implementare percorsi di apprendimento con le nuove tecnologie con un dispendio relativo, utilizzando ciò che esiste già. Usiamoli.
  4. I genitori vogliono una didattica tradizionale. Può essere vero che ci sia necessità di un sentimento rassicurante rispetto a quanto si è vissuto personalmente: tanti genitori sono soddisfatti se un insegnante spiega bene, pretende gli apprendimenti così come programmato, è severo nelle valutazioni, dà molti compiti. Personalmente ho un’altra percezione: i più bravi insegnanti che ho avuto sono stati quelli che mi hanno saputo ascoltare, che hanno accettato anche altre modalità, che mi hanno fatto lavorare senza impormi contenuti, ma mi hanno lasciato cercare e sviluppare percorsi e progetti. Sono quelli che, purtroppo, conto sulle dita di una mano. Ancora li ringrazio perché, i “contenuti” che “non” mi hanno insegnato, li ho trovati da me e, spesso, sono stata capace di metterli in relazione senza la ferrea divisione alla quale sottoponiamo i nostri studenti con le materie scolastiche assorbite passivamente, a compartimenti stagni. La realtà non è lineare, ma complessa, la rete pure; bisogna imparare a gestire la complessità, il conflitto, il caos, l’imprevisto e trasformare tutto ciò in risorsa, in occasione positiva per l’apprendimento sviluppando il pensiero critico.
  5. Studiare da soli è meglio che in gruppo. La nostra scuola è ancora molto orientata all’apprendimento individuale. Si crede che il lavoro di gruppo sia occasione per potersi imboscare e far lavorare solo i più bravi. Le tecnologie, invece, permettono di integrare l’apprendimento sociale con le interazioni, ma anche di raccogliere le produzioni ed i contributi individuali. Ciò non toglie che ci siano momenti di riflessione personale, ma i nuovi media permettono di avere contatti con i propri compagni e di scambiare informazioni tra pari, anche fuori il proprio ambiente (cosa che già fanno a prescindere dal contesto scolastico). Questo non era possibile, o in minima parte, senza questi strumenti. Ormai tutto il mondo apprende anche così e la scuola, se vuole sopravvivere, non può rimanere ferma al palo.

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