DIY – Do It Yourself – Didattica fai da te

 

do it yourself

Sto leggendo il libro di Federico Rampini “Occidente estremo” in cui in un articolo in particolare, l’autore descrive il fenomeno “Do It Yourself” affermando che, quando negli USA un modo di dire assurge ad acronimo, significa che sta diventando un fenomeno culturale. Rimando alla lettura integrale di “Il futuro è dei dilettanti eccellenti“, definiti Pro-Am, ovvero Professional Amateur.

Stamattina, nel mio solito navigare casuale per captare qualcosa di interessante, mi sono imbattuta in questo articolo di Mariangela Vaglio da titolo: La scuola digitale con i fichi secchi. Letto l’articolo ed i relativi commenti, mi sentirei di fare qualche precisazione in ordine al problema della formazione degli insegnanti sull’uso delle nuove tecnologie nella scuola, così a random, come viene.

Alla fine degli anni ’90 il Ministero attivò corsi chiamati Fortic per l’alfabetizzazione informatica. Sapete quanti docenti della mia scuola lo frequentarono? Nessuno su centoventi circa. Solo in quattro, me compresa, scaraventati a fare i formatori conseguirono L’ECDL. Adesso, nella scuola dove insegno, che è sede esaminatrice per la patente europea del computer, sapete in quanti ce l’abbiamo? Forse due o tre. Nel frattempo personalmente ho frequentato un Fortic C, il ForTutor, il For LIM, un Master in e-learning (che ho pagato di tasca mia) e tante altre fonti di formazione non istituzionali che mi sono sciroppata negli anni.

I corsi ministeriali non sono la panacea, spesso sono spinti da interessi commerciali (vendere dispositivi) e che si basano sul concetto che, chi prende in mano uno strumento nuovo abbia un background di conoscenze delle TIC e della rete, che lo ponga in forma critica di fronte all’innovazione, che sappia cogliere il senso di ciò che propone e che nessun corso di formazione si può sostituire ad uno studio personale, ad una riflessione personale, ad una sperimentazione personale, ad un adattamento al contesto, ad una verifica di ciò che propone, oltre alla necessità di buttarsi a capofitto nell’avventura che la nostra civiltà sta vivendo, che nessuno può più fermare.

Creare, fare, sperimentare, sbagliare, riformulare. Nessuno ha la verità in tasca ma la rete e le librerie sono piene di risorse dalle quali partire. Il Social Network sono ricchi di community che condividono esperienza, aiutano chi è in difficoltà. Ma bisogna darsi una mossa e non aver paura di iscriversi a Facebook o non acquistare un ebook perché si ha terrore che clonino la carta di credito. E soprattutto si deve imparare ad imparare, anche mettendosi lì, da soli, a scervellarsi come faccio ancora io quando mi capita tra le mani un nuovo applicativo e un nuovo device.

Io credo che si debba smettere di scaricare la responsabilità sui vertici che non ci aggiornano, ormai c’è tutto quello di cui si ha bisogno ed altro ne nascerà, ogni giorno. Chi ha esperienza diretta nell’insegnamento sa essere più concreto di qualsiasi intellettuale, a cui va il merito di passare il proprio tempo a studiare e riferire, (la comunità lo paga apposta), ma non certo di dare indicazioni applicative che cambiano da situazione a situazione. Questo è un compito che spetta a quelli sul campo, non meno intellettuale dell’altro.

I nostri studenti sono inevitabilmente le cavie, guai se non si sperimentassero vie nuove, se si pensasse di aver raggiunto il nirvana didattico facendo cose che andavano bene vent’anni prima. Adesso questi sono anche risorse, affidiamoci a loro, alla loro capacità di trovare soluzioni e proviamo a costruire cose originali, ma non per dire “guarda come siamo bravi”, ma per dare senso al processo. E’ questa la valenza fondamentale, il valore aggiunto che danno gli strumenti come tablet, LIM e altre diavolerie in corso d’opera, compresi, attenzione, robot-insegnanti. Non per niente i sistemi di hardware e software si chiamano ICT: Information and Communication Technology. Connected people. E’ questa la rivoluzione.

Siamo o no professionisti? Riusciamo ad uscire dalla standardizzazione e provare a fare del nostro lavoro qualcosa di amatoriale, creativo e apprezzabile, non tanto per arrivare al bel prodotto, quanto nell’attenzione che si dà al processo che deve anche gratificare sul piano della relazione, dell’interazione, della co-costruzione? Si può cominciare con poco, ma bisogna cominciare.

 

10 pensieri riguardo “DIY – Do It Yourself – Didattica fai da te”

  1. Nel corso della mia esperienza e formazione tecnologica dal 2002/2003 (Fortic per l’appunto!) ho molto riflettuto sul ruolo del docente innovatore, del tutor, dell’allievo, dell’Istituzione scuola. Non ho assistito a grandi rivoluzioni nella didattica, ma a lievi spostamenti di singhiozzo. Non c’è stato un movimento valanga in cambiamento. Non ho visto un coinvolgimento dei più (docenti) in pratiche nuove. Gli studenti sempre eternamente divisi tra i due ambienti scuola e vita, forse non troppo interessati nemmeno ad una possibile contaminazione necessaria tra due modi di essere. Per la maggior parte dei ragazzi la scuola deve essere sbrigata in tempi possibilmente brevi. La formazione offerta dall’Istituzione scuola e indispensabile per una revisione del setting pedagogico e tecnologico d’aula, si è sicuramente ampliata, ma non abbastanza. Si sono costituite piccole nicchie di insegnanti che hanno cercato di sperimentare, di condividere, di provare, talvolta con il discredito dei dirigenti, dei colleghi, dei genitori. In genere i genitori ritengono l’uso delle tecnologie a scuola un qualcosa che sottrae tempo alla cultura vera. Nota personale, che ho riferito in altre occasioni: sono stata oggetto di critiche per aver usato le tecnologie perdigiorno mediante lettera ad un mio passato dirigente, da parte di un genitore insegnante di Bergamo, vincitore quest’anno di concorso DS. Lasciamo perdere! Mi chiedo se l’Istituzione scuola, che vuole promuovere il rinnovamento e che, con tale obiettivo, ha indetto bandi di progetto con l’erogazione di fondi per gli acquisti tecnologici, potrebbe impegnarsi in modo diverso. Sicuramente sì. Si potrebbero raggiungere risultati più duraturi se si ipotizzassero nuovi percorsi e processi di formazione iniziale e permanente, obbligatori e vincolanti per il progresso nella carriera e l’accesso agli scatti (oggi bloccati). In questo momento sto pensando al Concorso a cattedra e alla prova preselettiva. Se è stato il modo migliore per scaricare/scartare una buona percentuale di aspiranti docenti, non ha avuto lo scopo di saggiare le competenze di progettazione didattica e neppure competenze tecnologiche. Avete visto le domande nei vari ambiti e quelle di informatica? Davvero il cammino è lungo e non è possibile che l’Istituzione con le sue strategie attuali speri di allargare senza forzature il perimetro del coinvolgimento docente al fine di produrre innovazioni autentiche. Pensate all’introduzione dei libri misti, degli ebook e a come continuerà questa storia.

  2. Carissima Laura, il tuo intervento è puntuale, preciso e condivisibile. Tocca purtroppo tasti dolenti della scuola che si protraggono da tantissimi anni in cui gli interventi migliorativi, a volte dettati da buoni propositi, si sono persi perché a monte non ci sono le condizioni a cui accennavi, come ad esempio il riconoscimento della formazione ed anche un suo obbligo quando i tempi lo richiedono.

    In Italia l’innovazione è una corsa ad ostacoli perché la consuetudine appaga molti interessi, la demagogia è vincente e quello che si riesce a fare o anche solo a provare di alternativo, è una sfida fra Davide e Golia.

    Gli altri argomenti a cui accenni riferibili a genitori, colleghi, dirigenti, concorsi (sai bene cosa è successo nel mio), sono vere e a volte deprimenti. A questo punto che fare? Subire passivamente o rimboccarsi le maniche? Non dico che uno da solo possa fare tanto, ma almeno la soddisfazione di provarci.

    1. Sì, Emanuela, provarci, ma cercando di fare community nel luogo e nello spazio della professionalità. Lasciando la scuola, nel mio discorso finale al Collegio Docenti, ho raccomandato questo ai colleghi impegnati: qualunque sia il vostro progetto innovativo non fate mai da soli, cercate aggregazione e trascinamento! Ho letto nell’occasione qualche pagina di “Il Castello dei Destini incrociati” di Italo Calvino per evidenziare che scoprire le carte del gioco fatto (la propria identità) serve per riaprirsi ad altri infiniti giochi e ad altre identità da rendere visibili agli altri. Credo che mi abbiano capita nel silenzio assorto e un po’ sbigottito dell’aula. Mi sto ritagliando un ruolo speciale ora: quello della metariflessione e della proposta pedagogica. Rimango nella formazione dei docenti perchè da questo bisogna sempre partire, proprio dove l’istituzione talvolta risulta scarsamente efficace.

  3. Emanuela, che bell’articolo! Dovremmo proprio insistere sul concetto di “professionista” a proposito dei docenti, molti colleghi non si accorgono nemmeno di desiderare uno stupido status impegatizio con tanto di stupido capoccia a dirti cosa devi fare . . .

  4. @Laura Immagino lo sbigottimento alla lettura del Castello 🙂 Io sono arrivata mio malgrado a questa conclusione: faccio l’insegnante, ho la responsabilità dei miei studenti che con me fanno Scienze Motorie e con la mia disciplina introduco le TIC, facendo io stessa salti mortali. In rete sono con community di persone splendide che condividono informazioni, conoscenza, esperienze. Nella mia scuola posso parlare di queste cose con pochi, si contano sulle dita di una mano, ma con tenacia portiamo avanti progetti. Chi mi cerca trova sempre disponibilità, ma io non cerco nessuno.

  5. Grazie per queste tue riflessioni. Condivido soprattutto il passaggio in cui sottolinei l’importanza che i docenti si sporchino le mani, che cerchino di mettere la testa per capire come funzionano questi nuovi strumenti. Troppe volte mi sono sentito dire: “belle cose, fai un progettino e vieni in classe a farlo fare ai ragazzi”. come dire: belle queste cose, ma io non voglio metterci la testa.

  6. Forse siamo sommersi da troppa teoria, il dibattito infinito sulle nuove tecnologie nella didattica frena perché un po’ spaventa. Certo che fin tanto che non si sperimenta non si possono avanzare critiche costruttive e sperimentare significa innovare, abbandonando ciò che è la tradizione. Non tutti se la sentono perché questo potrebbe costare in termini di tranquillità.

E tu, cosa ne pensi?

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