Editoria digitale, scuola digitale – Intervista

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Testi abbandonati dopo il terremoto

In breve: Aurora Santachiara mi intervista sull’editoria digitale e scuola digitale per la sua tesi di Laurea.

Il suo libro spiega come si costruisce un e-text in maniera collaborativa: quali sono le ragioni di questa scelta?
In sintesi la scelta di occuparmi dei libri di testo è riconducibile al ruolo di genitore costretto a spese pressoché inutili e ad un sistema commerciale che ormai ritengo sia obsoleto. Il digitale viene in aiuto con le sue opportunità creative, specialmente quella di coinvolgere gli studenti nella costruzione di percorsi di sapere. Gli strumenti ci sono, sia hardware, sia software. Servono voglia di cambiare, nuove competenze e buona volontà.

La tecnologia e l’uso di internet è spesso vista dagli studenti come un momento di svago, l’unico filo che lega internet e la scuola è l’uso dei motori di ricerca per fare ricerche e l’uso di piattaforme di e-learning, laddove ce ne siano. Qual è stata la reazione degli studenti alla proposta del progetto?
Gli studenti sono immersi nella tecnologia ed hanno l’abitudine a creare contenuti. La scuola deve indirizzare all’utilizzo degli strumenti funzionali all’apprendimento, stimolandoli alla ricerca e all’espressività. L’acquisizione delle competenze informatiche è, sia imparare delle procedure, sia operare delle scelte di contenuto, intellettuali ed estetiche in ambienti di condivisione. Le reazioni sono buone perché si arriva a prodotti, come ad esempio gli ebook, che danno soddisfazione e ripagano della fatica fatta. È un lavoro artigianale e come tale è carico del valore aggiunto della narrazione, dall’azione educativa che consiste nella sollecitazione di processi mentali ad ampio raggio: la creatività, la pazienza esecutiva e il superamento delle difficoltà. Tutte queste sono componenti fondamentali dell’imparare a scuola e gli studenti lo percepiscono positivamente.

Quanto è importante a suo avviso l’acquisizione di una competenza digitale per gli insegnanti?
Nel XXI secolo non possedere competenza digitale significa essere analfabeti. Gli insegnanti, inoltre, dovrebbero guardare oltre il presente e proiettarsi verso il futuro perché gli studenti di oggi avranno un domani probabilmente molto diverso da quello che ha vissuto la generazione precedente. Bisogna dare strumenti per riuscire ad affrontare il mondo reale e non ostentare un modello che non ha più ragione di esistere, pena il fallimento del sistema educativo e di istruzione. Gli stessi docenti devono rendersi conto che sta esplodendo una forte concorrenza, almeno sul piano dei contenuti se non proprio quello della didattica, che viene dal web.
In questo periodo sto valutando i modelli didattici dei MOOCs (Massive Online Open Courses) che hanno già strutture più razionali ed efficaci rispetto alla scuola tradizionale. Io mi sto attrezzando, ma quanti altri lo fanno? C’è in atto nella categoria un conflitto psicologico e intellettuale che punta in direzioni diverse: il primo tende all’innovazione abbandonando vecchi modelli, sperimenta non senza difficoltà per i pochi mezzi a disposizione e senza riconoscimenti; il secondo che vive di nostalgie, che interpreta ogni valorizzazione della categoria come giustificazione a continuare a procedere con una didattica erogativa ed autoritaria. In mezzo ci sono gli scettici, quelli che non si pongono nemmeno il problema. Non vedo una soluzione rapida all’arretratezza digitale dei docenti italiani.

Come vede la scuola italiana tra 10 anni?
Come scrivevo sopra ci sarà una forte concorrenza. La conoscenza, che prima era appannaggio di alcune categorie, adesso con la rete diventa accessibile a tutti. Non è più sufficiente sapere i contenuti disciplinari, bisogna saperli utilizzare come strumenti educativi in maniera più efficace. Fra 10 anni con molta probabilità ci saranno nuovi strumenti, forse anche insegnanti robot che si adattano allo stile di apprendimento di ciascuno studente, forme di simulazione più avanzata, realtà virtuali che metteranno in condizione di provare a fare cose impensabili. Volendo fare previsioni, vedo scuole più attente ai processi di socializzazione e di apprendimento condiviso indispensabili alla crescita equilibrata della personalità, le stesse scuole demanderanno l’apprendimento dei contenuti ad agenzie sul web. Le scuole saranno con probabilità spazi aggregativi con tutor che avranno il compito di facilitare gli studenti a studiare in ambienti interattivi.
Scherzando con un mio collega, un giorno gli ho detto che le uniche materie dove è indispensabile la presenza fisica degli studenti sono Educazione Fisica (oggi si chiama Scienze Motorie) e Filosofia. Un po’ un ritorno alle origini come nell’antica Grecia. Il resto può essere tranquillamente demandato a forme semi o interamente automatizzate. Naturalmente sto parlando di adolescenti, ma anche negli ordini inferiori penso che si arriverà ad avere luoghi di apprendimento che non saranno più come le scuole di oggi.

Cosa propone nel suo libro e quanto sono importanti le pratiche di testi 2.0?
Quello che propongo nel mio testo è una pratica alternativa all’adozione dei libri di testo. C’è la possibilità, chi la vuole sperimentare ora può. La mia esperienza di testi digitali delle case editrici è limitata, non sento dai colleghi né interesse né, per i pochi che li hanno visionati, differenze sostanziali con quelli cartacei. La mia opinione è che sono pressoché inutili, mentre sono per i “libri veri” e risorse costruite in itinere che possono sfociare in un ebook auto-prodotto e auto-pubblicato (reso pubblico).
Gli insegnanti storcono il naso un po’ su tutto ciò che è innovativo, ma è come gridare “al lupo al lupo” per qualsiasi cosa cambi lo status quo, per cui non si capisce quali siano gli argomenti da salvaguardare e quelli da cambiare. Io sono per il cambiamento che dovrebbe iniziare da un’organizzazione didattica diversa che non sia solo quella dettata da contingenze economiche. I tempi non sono di certo favorevoli ma, quello che ci è permesso fare in coerenza con i margini di libertà che ci sono assegnati dagli articoli 9 e 33 della Costituzione, si fa, si prova a fare. Le case editrici facciano pure i loro interessi, ci mancherebbe, personalmente cerco di fare gli interessi dei miei studenti e delle loro famiglie che sono indotti a comprare libri che non usano. Una conferma l’ho avuta agli ultimi esami di Stato: libri con più di 300 pagine per una materia con 60 ore all’anno, di cui solo una trentina utilizzate. Uno spreco inutile di risorse che si possono reperire anche gratuitamente.

Molti sostengono che i libri prodotti potrebbero “soffrire” a livello qualitativo, lei cosa pensa in merito alla qualità dei testi in self-publishing?
 
Chi sostiene che i testi auto-prodotti non siano di qualità non ha capito cos’è un ebook. Si pensa ancora al libro come oggetto fisso, definitivo, gutenberghiano, che quando esce dalla tipografia si può aggiornare solo con gli Errata Corrige. Il digitale è fluido, come si usa dire adesso: liquido. E’ aggiornabile, correggibile, integrabile, facile da fare, facile da pubblicare. Inoltre rappresenta, non tanto l’oggetto libro in sé, ma il processo a livello educativo, il percorso di insegnamento/apprendimento, la documentazione dell’evoluzione didattica. Dobbiamo capire che Ii libro non è più quello di una volta.
Quelli che parlano di validazione hanno in mente un processo industriale non didattico, prodotti di largo consumo, commerciali, standard. Nessuno si chiede se i contenuti che passa un insegnante a scuola siano validi, tra l’altro dopo un titolo di studio riconosciuto, un’abilitazione all’insegnamento, aggiornamenti, ecc. Quello dell’insegnante rimane comunque un lavoro difficile, di leggerezze a scuola se ne fanno continuamente, ne ho fatte anch’io per inesperienza, per ignoranza, a volte per stanchezza; ne vedo tutti i giorni di assurdità, le leggo negli sguardi sconcertati degli studenti, dei loro genitori.
Riguardo ai testi in adozione ce ne sono in circolazione pieni di errori, con orientamenti ideologici diversi, difficili da interpretare e nessuno si scandalizza ed alza barricate. Nella libertà ci stanno anche le schifezze e, aggiungo, a costi elevati. La validità dell’ebook della mia materia che sto per pubblicare, per me, ha lo stesso grado di validità della mia azione nell’insegnamento orale. La differenza è che a scuola mi ascoltano in 200, se pubblico l’ebook sul mio blog in 20.000. E allora, cosa devo temere? Allo stesso modo chi mi valida durante le mie lezioni? Fatevi avanti! Discutiamone, vi aspetto.

E tu, cosa ne pensi?