Elevazioni matematiche

dubbio

D’oh!

In breve: i miei studenti di I e II Liceo hanno difficoltà ad elaborare un’operazione  aritmetica semplice. Come mai?

Premessa

In questi giorni sto presentando ai miei studenti un esercizio per la valutazione funzionale della forza veloce-elastica in elevazione degli arti inferiori. Si tratta di un esercizio standardizzato molto noto: il test di Sergeant.

Al termine delle prove chiedo di calcolare la differenza (sottrazione o scarto), tra l’altezza raggiunta in elevazione e l’altezza in appoggio. Tale misura dà i cm di elevazione in salto, capacità motoria utile in tante discipline sportive, espressive ed artistiche. A loro chiedo di farmi esempi concreti di attività motorie che prevedono salti, per verificare che abbiano capito cosa andiamo a misurare.
Fin qui tutto bene.

Si va invece in crisi quanto bisogna fare l’operazione a mente. Calcolare infatti cm 230 – 185 diventa un processo cognitivo quasi impossibile. Mi chiedono di usare la calcolatrice sul cellulare.
Io, cattivissima, aspetto con pazienza che ci provino senza, ma vedo gente smarrita. Fortuna che qualche anima pietosa aiuta i compagni in difficoltà a saltarcene fuori, a volte anche con il risultato sbagliato. Faccio io il controllo a mente.
Quando insegnavo allo scientifico facevo calcolare l’elevazione in salto, dato il tempo di volo preso con la pedana di Bosco/Vittori e la costante G. Era una vita fa, ora mi accontento.

Sulla didattica

So bene che la matematica non è l’aritmetica e non ho certo la pretesa che i miei studenti abbiano l’abilità di D.F.Wallace di vedere il mondo espresso in formule e funzioni, ma secondo me, un minimo di abilità di calcolo, con numeri interi, facendo conto su una rappresentazione quantitativa delle cose, su un concetto di sequenza lineare scandita dalla numerazione decimale, quella delle 5 + 5 dita delle mani, mi sembra debba essere acquisito dalla seconda elementare, competenza fondamentale per capire anche concetti più astratti successivi.

Ecco, non vorrei che le difficoltà generali dei nostri studenti, soprattutto in matematica, dipendessero anche dalla mancanza di queste competenze di base. A tale proposito mi viene in mente la maestra di una delle mie figlie che in quarta elementare fece studiare L’Infinito, che si risolse in un’azione puramente mnemonica, difficilissima, perché il nostro cervello non impara ciò di cui non riesce a dare senso.
Se devo fare un’analogia con la disciplina che insegno, sarebbe come se facessi fare esercizi ginnici segmentari e imitativi fine a se stessi. Ma quando mai? Molto meglio giocare: si prendono quattro piccioni con una fava.
In un corso di aggiornamento a docenti della primaria, presentando il possibile utilizzo di foglio di calcolo, suggerii di far misurare gli oggetti di casa e di inserire i dati per calcolare aree e volumi con disegni e grafici. La risposta delle maestre fu che si perde molto tempo e che gli alunni fanno confusione.
Bene, allora proseguiamo con il metodo “Infinito”, però poi non meravigliamoci dei risultati.

Considerazioni:

  • Sono d’accordissimo che l’uso dei dispositivi elettronici ci permetta di accedere alle informazioni, ma ci sono abilità di base imprescindibili per capire la realtà, anche quella virtuale o automatizzata.
  • Sopra facevo riferimento al gioco. Quello della matematica non è il mio campo, ma mi sembra che possa essere un’ottima occasione per sviluppare abilità che vadano oltre il tecnicismo.
  • La didattica orientata all’acquisizione dei contenuti avulsi dalla realtà, fisica e virtuale, non funziona. Diamo senso alle cose che insegniamo e diamo riferimenti se questi non ci sono. E i riferimenti si acquisiscono con tutto il corpo. Anche in età di scuola primaria si possono acquisire concetti astratti (in barba a Piaget), ma questi devono basarsi su qualche cosa, un background, un vissuto, qualcosa perdio!

E tu, cosa ne pensi?