La scuola nell’era digitale: insegnare ad educare al tempo di Facebook – report

finale emilia erickson

Direte voi: uhm, il titolo sembra interessante.

Ho detto io, ma sì, anche se sono argomenti che macino tutti i giorni ascoltare altre campane va sempre bene, se non altro per confrontare le proprie convinzioni, metterle in discussione e poi, è vicino a casa.

Dire che sono uscita delusa è riduttivo, di più, esterrefatta per due motivi: il primo perché l’argomento scuola è stato solo sfiorato ed anche in modo superficiale, secondo perché gli argomenti che ha portato la relatrice, Dott.ssa Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta del centro studi Erickson, non corrispondono a quanto da anni si va formando nei concetti, ormai condivisi, tra i docenti che si interessano di didattica e nuove tecnologie.

Provo ad elencare una serie di argomenti che mi sentirei di confutare perché, lasciare che tra i docenti passino queste immagini  mi sembra controproducente. E’ facile, infatti, compiacere una categoria che già fa fatica a schiodarsi dalla tradizione, in più se qualcuno dà man forte a questo atteggiamento, si rischia di perdersi in polemiche sterili che non portano certo la scuola a tentare almeno un’innovazione possibile. (In corsivo la sintesi delle affermazioni).

  1. I bambini anche molto piccoli sono sempre più dipendenti dalla tecnologia. La parola “dipendenza” ha un significato molto forte, vuol dire aver sempre maggior bisogno dell’oggetto del piacere che, per ragioni neurali dipendenti dai neurotrasmettitori come la dopamina, sensibilizzano il soggetto a tal punto da richiederne dosi maggiori, ottenendo sempre meno piacere, fino a determinare forti crisi di astinenza per la sua mancanza. (Neuroscienziati come David J.Linden, che studiano il fenomeno, affermano che la dipendenza da Internet non esista, se si stacca non si verificano crisi di astinenza. Le dipendenze sono altre.) La settimana scorsa ho ascoltato l’intervento di Derrik De Kerckhove a Potenza Smart in cui una pediatra in sala affermava che i piccoli sembrano già geneticamente predisposti alla tecnologia, infatti, se devono scegliere tra un gioco come una paperetta o un cellulare, scelgono il secondo. Questa non è dipendenza ma semplice imitazione come insegnano le discipline che studiano l’evoluzione umana. Anche in casa mia ho avuto esperienze simili, ancora prima che ci fossero i dispositivi che conosciamo.
  2. La comunicazione dei giovani con i cellulari avviene senza filtri, poi nella situazione reale non si riescono ad affrontare le persone in vivo per incapacità di gestire gli impulsi emozionali. L’adolescenza è il momento in cui non si riescono spesso a gestire gli impulsi emozionali, indipendentemente. E’ infatti il periodo di forti sbalzi emotivi, di tumulti affettivi ecc. ecc. La stragrande maggioranza dei miei studenti ha questi comportamenti, ma non per questo non riesce a relazionare nella realtà fisica. C’è forse qualche caso eccezionale, ma c’è sempre stato, anche ai miei tempi, quarant’anni fa.
  3. I genitori regalano dispositivi elettronici per compensare il tempo che non dedicano ai figli, questi li ottengono spesso senza meriti, senza limiti, senza regole. Mi chiedo: è colpa della tecnologia?
  4. I ragazzi non sanno discutere con ordine, alzano la mano per prendere la parola e contemporaneamente parlano. A me sembra che questi comportamenti, più che il cellulare, li insegni la televisione e chi la frequenta.
  5. Il multitasking ci fa vivere da maleducati perché, essendo così presi dalle cento cose che facciamo, non diamo attenzione al prossimo. Personalmente intendo il multitasking l’opposto e cioè la disposizione mentale ad essere connessi e di prestare attenzione al prossimo che comunica con noi. Il nostro tempo, se vogliamo viverlo e non lasciarci andare a anacronistiche nostalgie, ce lo richiede. L’esempio che ha portato la relatrice della donna che taglia le carote, ascolta la TV e quando il marito torna non lo considera, non calza. Si può essere educati ed affettuosi anche essendo multitasking. Di contro, si può essere maleducati con e senza cellulare.
  6. Le traduzioni di latino sono già tutte in rete ma per imparare il latino bisogna farle da sè. Forse bisogna dare dei compiti diversi. Forse.
  7. Confronto tra il telefono classico e il cellulare. Se con il telefono gli adulti avevano il controllo comunicativo dei figli, con il cellulare questo diventa sfuggente. Giusto. La strategia non è quella di pensare al passato come se fosse il modello assoluto di buona educazione perché questo, come dice Francesco Piccolo, ci rende razzisti perché convinti di essere migliori. La soluzione potrebbe essere quella di una buona educazione all’uso di questi dispositivi e il dialogo fra generazioni che un buon educatore tiene sempre in primo piano. (Mi sarebbe piaciuto che avesse fatto il confronto fra il telefono e il non telefono quando le persone, in particolare le donne, se ne stavano in casa a fare la calzetta o a girare la polenta, cos’è meglio? Preferisco le ragazze con il cellulare.)
  8. Attendibilità delle fonti in rete. Di tutte le cavolate e bufale che compaiono in rete si fa l’esempio, negativo, con Wikipedia. Perché non si porta scientificamente il confronto con l’Enciclopedia Britannica dove la percentuale di errori è più o meno uguale?
  9. Due video sulla reputazione in rete. Di simili ne faccio vedere ai miei studenti e li martello perché facciano attenzione a ciò che postano e a quello che scrivono. Tutti siamo stati giovani e tutti abbiamo fatto delle asinate. Fare le boccacce in rete non compromette la propria esistenza a meno che uno non voglia fare il Papa.

Per ultimo la platea è invitata ad acquistare il libro, il cui titolo “Generazione cloud” mi puzza di semi plagio, con lo sconto del 15%.

Da dimenticare.

5 pensieri riguardo “La scuola nell’era digitale: insegnare ad educare al tempo di Facebook – report”

  1. Un’analisi che non ha nulla di scientifico e ripropone le solite assurde leggende metropolitane.
    Una caccia alle streghe…

  2. Al punto 7 aggiungerei che fino all’inizio dell’adolescenza (13-14 anni) per avere un “controllo comunicativo” basta definire regole precise all’uso degli strumenti tecnologici. Dopo che senso ha avere il controllo comunicativo? Penso e spero che l’educazione di base si riesca a darla prima. O vogliamo che i ragazzi continuino a rimanere dipendenti dai genitori fino a trent’anni?

  3. Grazie Emanuela per le tue impressioni e per il tempo che hai dedicato al convegno.
    Visto che ahi partecipato ad un Convegno che dici non molto interessante, mi accorgo che nel Web e nella vita dovremmo istituire anche il fattore “Etica del tempo degli altri” cioè nel fare o scrivere relazioni o past, che fattore ( o diritto) abbiamo nel richiedere il tempo degli altri nell’ascoltare o leggere le cose che facciamo o scriviamo.
    In sostanza io quando scrivo qualcosa mi chiedo:”E’ veramente interessante per chi mi leggerà o è solo una mia elucubrazione?”

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.