Introduzione alla filosofia -4- Dovresti credere a ciò che senti?

introduzione alla filosofia

In breve: sintesi della quarta lezione del corso “Introduction to Philosophy” Dell’università di Edimburgo, su Coursera  

Molto di ciò che pensiamo del mondo, si basa su ciò che dicono gli altri. Ma è giustificata questa fiducia nella testimonianza altrui? Due grandi filosofi dell’illuminismo scozzese, David Hume (1711-1776) e Thomas Reid (1710-1796), hanno due visioni diverse: una scettica e spesso laica che desidera mettere tutto in discussione  (Hume), l’altra conservatrice e  religiosa che difende il  senso comune (Reid).

Introduzione: Hume su Testimonianza e Miracoli

Durante l’Illuminismo ci fu dibattito sul fatto di credere a quello che gli altri dicono. Attualmente questa qualità si chiama “autonomia intellettuale“.
Hume sviluppò un sistema filosofico “naturalistico” ovvero, un sistema che non fa mai riferimento a Dio nel dare spiegazione alle cose, oltre ad avere forti critiche sulla religione che non poteva esplicitare, dati i tempi e il contesto in cui viveva.
Parleremo del saggio “Sui miracoli” uscito nel 1748 nel libro “Ricerca sull’intelletto umano”. La conclusione è che non si dovrebbe mai credere a un miracolo sulla base delle testimonianze umane. 
Ma cosa si intende per testimonianza, cosa si intende per miracolo?
La testimonianza è quella situazione in cui si crede a qualcosa sulla base di quello detto da altri, in forma orale o scritta. Hume dice che crediamo a tantissime cose dette o scritte da altri. Così, se qualcuno scrive o dice qualcosa, noi ci crediamo. Il filosofo dice che la testimonianza degli uomini è molto comune, utile e necessaria. Si pensi ad esempio quando andiamo a visitare un posto nuovo, ci fidiamo di ciò che dicono o scrivono altri. Per credere alle testimonianze, però dobbiamo avere le prove che quella persona dice, scrive cose probabilmente giuste, perché persona attendibile.

La sfida di Reid a Hume

Il  più importante critico contemporaneo di Hume, Thomas Reid, mette in discussione le ipotesi del primo.  Reid era un ministro nella Chiesa scozzese e un professore all’Università di Aberdeen a Glasgow e sfidò l’ipotesi di Hume in un libro intitolato “Inquiry into the Mind Mind sui Principles of Common Sense” che fu pubblicato per la prima volta nel 1764, in particolare,  in nella sezione, “Dell’analogia tra percezione e credito che diamo alla testimonianza umana”. 
Reid sostiene che, fidarsi della testimonianza, equivale a fidarsi dei propri sensi, di ciò che vedi intorno a te. Credere a qualcosa sulla base di ciò che qualcun altro dice, è come credere a qualcosa sulla base di ciò che si vede con i propri occhi. Non solo, ci fidiamo dei nostri sensi quando abbiamo le prove che, probabilmente, sono corrette.
Hume e Reid concordano su  poche cose, tra queste è che non abbiamo alcun tipo di prova che i nostri sensi abbiano probabilmente ragione. 
Quello che Reid sfida è l’assunto di Hume secondo cui dovremmo fidarci solo delle testimonianze con le necessarie prove che il testimone dice il giusto. 
Reid  dice, infatti, che esiste un innato principio di credulità, che è una disposizione con la quale abbiamo fiducia  a credere nella veridicità di quello che gli altri ci dicono.

Gli argomenti di Reid

Quindi, per Reid, c’è un principio innato e rigido che ci fa fidare degli altri. Per Hume, invece, dobbiamo avere prove che ci dicono che probabilmente altre persone hanno ragione prima di poterci fidare di loro.

Reid ci chiede di immaginare i bambini piccoli e di pensare fino a che punto si fidano delle testimonianze di altre persone. E sottolinea che sembra che il principio di credulità, sia più forte nei bambini piccoli. Sono molto disposti a fidarsi della testimonianza di altre persone. Crederanno qualunque cosa tu dica loro.

E Reid pensa che questo è incompatibile con l’immagine della testimonianza di Hume. Se la credulità fosse l’effetto del ragionamento e dell’esperienza, come sostiene Hume, essa deve crescere e rafforzarsi con la ragione e l’esperienza. Ma se è un dono di natura, sarà più forte nei bambini e più limitato dall’esperienza. In altre parole, se l’immagine di Hume fosse giusta, il principio di credulità sarebbe più debole nei bambini perché non hanno ancora alcuna esperienza dell’affidabilità della testimonianza altrui, ma, in realtà, il principio di credulità è il più forte in bambini che sono i più fiduciosi, mentre gli adulti sono più scettici. Reid  conclude che la nostra fiducia deve essere basata su un dono di natura. Infatti sostiene che, se rispettassimo i principi di Hume,  nessuna proposizione che viene pronunciata in un discorso sarebbe creduta e tale sfiducia e incredulità ci priverebbero dei maggiori benefici del vivere in una società e ci metterebbero in condizioni peggiori di quelle dei selvaggi. È una cosa spaventosa se fossimo così scettici e dubbiosi come suggerisce Hume . 

Una cosa interessante è che anche Hume e Reid sembrano non essere d’accordo sull’affidabilità della testimonianza umana e sulla misura in cui la testimonianza è davvero una fonte affidabile di informazioni e su quanto realmente siano sincere le persone. Quindi, oltre al principio di credulità, Reid ha anche affermato che esiste un principio di veridicità. Lo definì una propensione a dire la verità per trasmettere i nostri veri sentimenti. E aggiunge dicendo che, il mentire fa violenza alla nostra natura. Quindi, oltre a fidarci naturalmente dice Reid, siamo anche naturalmente onesti.

Hume sfida questi assunti elencando tutte le situazioni in cui gli esseri umani finiscono per testimoniare il falso. Ad esempio:

  • le persone hanno spesso un motivo per mentire quando hanno un interesse,  perché ci sono dei vantaggi. Esempio,  le bugie che dicono i politici;
  • afferma che gli esseri umani sono inclini a credere ai racconti dei viaggiatori perché provano sorpresa e gradevole meraviglia;
  • gli esseri umani sono inclini  ad affermare le cose indipendentemente dal fatto di avere buone prove di ciò che stanno dicendo, questo per il piacere di raccontare una notizia interessante, di condividerla e di essere i primi a riportarla, come gossip e rumors.

Concludendo per Reid c’è questo principio innato e indissolubile di credulità di veridicità: siamo persone naturalmente  fidate e naturalmente oneste. La testimonianza degli altri è una fonte d’informazione naturale, indispensabile. Per Hume l’immagine è molto più problematica. La testimonianza non è sempre affidabile, possiamo solo fidarci della testimonianza se abbiamo prove che la persona che testimonia ha ragione. Quindi,  per Hume, quando si tratta di formare credenze e opinioni, siamo sempre lasciati soli.

Kant, l’Illuminismo e l’autonomia intellettuale

Le questioni intellettuali sono quelle che hanno a che fare col il modo in cui formiamo le credenze e le opinioni sul mondo.

Si esamina ora è un saggio scritto da una delle principali figure dell’Illuminismo, il filosofo tedesco Immanuel Kant. Nel 1784. Kant pubblicò un saggio intitolato “Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?”  Ecco cosa disse Kant: “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.”
Il motto dell’Illuminismo è quindi: Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
Dunque, quel motto latino significa: “Osa essere saggio.”

Ciò di cui Kant sta parlando qui fra le altre cose, è il grado a cui crediamo alla testimonianza degli altri. Credere alla testimonianza di qualcun altro su qualche questione, significa permettere che il tuo intelletto sia guidato da quell’altra persona. E Kant pensa chiaramente che, non credere alla testimonianza degli altri, sia in qualche modo una virtù. I filosofi contemporanei l’hanno chiamata autonomia intellettuale.
Kant afferma che, in molti casi, non bisogna credere alla testimonianza degli altri, non formare le nostre credenze su ciò che altra gente dice ma, in qualche modo, formarle per conto proprio. In particolare, Kant afferma che l’autonomia intellettuale comporta il non credere alle cose solo perché autorità religiose e politiche dicono di crederci.
Curiosamente nello stesso saggio Kant dice che si deve obbedire a ciò che le autorità  dicono di fare, ma che non dovreste obbedire a ciò che vi dicono di pensare.
Così, possiamo pensare l’autonomia intellettuale come incarnata dalla persona che crede qualcosa di impopolare. Mentre altri dicono che questi crede a cose false, egli crede comunque a cose impopolari.

I sostenitori dell’autonomia intellettuale pensano che questa sia una buona cosa. E’ virtuoso, almeno in alcuni casi, voler credere a una cosa impopolare, andare contro il senso comune ed essere in disaccordo con la maggior parte degli altri.
Così possiamo constatare che David Hume è un sostenitore dell’autonomia intellettuale. Hume pensa che ci sono molte situazioni in cui dovreste non credere agli altri. Ma Hume pensa che è spesso legittimo credere alla testimonianza degli altri, quando state chiedendo una direzione o quando state leggendo un resoconto storico, ecc. Va bene credere agli altri, ma non va mai bene credere ciecamente agli altri. E per questo che  per Hume, l’individuo è sempre lasciato solo quando si tratta di formare le proprie opinioni. E c’è qualcosa di innegabilmente individualistico nell’immagine delle nostre vite intellettuali che ci dà Hume e altri sostenitori dell’autonomia intellettuale.
Questo contrasta  nettamente con l’immagine di Reid, nella quale siamo intrinsecamente creature sociali quando si tratta delle nostre vite intellettuali. L’autonomia intellettuale, per Reid, è una violazione della nostra natura umana. Noi siamo naturalmente creature sociali, condividono informazioni, non formiamo credenze per conto nostro. Così, potremmo dire che al posto dell’autonomia intellettuale, per Reid la virtù è la solidarietà intellettuale. Questo è l’idea di virtù che Reid pone contro l’Illuminismo che proposero Hume e Kant. Reid anticipa le più importanti critiche all’Illuminismo del XIX e XX secolo.

Il valore dell’autonomia intellettuale

Così, chi ha dato l’immagine giusta, Hume e Kant con il loro ideale di autonomia intellettuale, o Reid, con il suo ideale di solidarietà intellettuale? Questo apre la questione del valore dell’autonomia intellettuale, Hume e Kant potrebbero rispondere alla domanda.
La prima si basa su quel motto latino a cui Kant ricorre, “Sapere aude!”, che significa letteralmente “Osa essere saggio!”, ma che potreste tradurre un po’ meno letteralmente “Osa sapere!”. Così, se seguiamo questa traduzione  meno letterale, la proposta di Kant è che la persona le cui credenze e opinioni sono basate sulla testimonianza, non ha realmente conoscenza, non conosce realmente il fatto che si basa sulla testimonianza. Così, quando ci chiede di osare di sapere, sta dicendo: “Osate basare le vostre credenze su qualcos’altro che la testimonianza, perché è l’unico modo che abbiamo per ottenere conoscenza.”
C’è una tradizione filosofica che risale a Platone, per cui la conoscenza autentica o reale richiede qualcosa di più, richiede ciò che Platone chiamava l’abilità di rendere conto, di spiegare o situare tale conoscenza in un più vasto corpo di informazioni, e questo è qualcosa che non potreste  ottenere dalla sola testimonianza. Tale tipo di comprensione, o come potrebbe metterla Kant, saggezza, può essere ottenuta solamente per conto proprio, non potete ottenerla da qualcun altro. Sperimentare direttamente per credere e saperne dare ragione.
Il secondo modo che potreste seguire per difendere l’autonomia intellettuale, è il ricorrere alle considerazioni sociali e politiche. Credere alla testimonianza degli altri richiede alcune implicazioni conservatrici. La gente ha la tendenza a lasciare che le proprie opinioni siano modellate dalla propria comunità, a credere a ciò che crede la gente attorno a sé. La gente tende a credere a ciò che dicono i propri genitori o gli altri nella propria comunità. Ciò significa che tendiamo a ereditare le nostre convinzioni religiose, politiche e morali dalle generazioni precedenti, o dalla gente attorno a noi.
Così un modo di porre la questione sul valore dell’autonomia intellettuale è di interrogarsi sul valore di questa tendenza.
Siamo sostenitori di questa tendenza?
Ci piace o siamo più scettici di fronte ad essa?
Reid sarà necessariamente un sostenitore di questa tendenza che porta a ereditare le visioni della propria comunità. 
Hume, essendo scettico,  non sarà un ugualmente d’accordo.
Dunque, come si risponde alla domanda? Dipenderà da come ci si  sente rispetto al conservatorismo.
Così, se stimate le rotture con la tradizione progressiste e innovative e rifiutate la saggezza convenzionale con  nuove idee che rovescino le vecchie, sarete al fianco di Hume e Kant e i sostenitori dell’autonomia intellettuale. Mentre se stimate la tradizione, e la conservazione delle credenze della comunità, sarete al fianco di Reid e dei sostenitori della solidarietà intellettuale.

Così, in ogni caso, questi sono i problemi che entrano in gioco quando poniamo la questione sul grado con il quale dovremmo credere alla testimonianza degli altri.

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