Innovazione didattica. Subito!

Innovazione didattica subito

In breve: un manuale per applicare innovazioni didattiche con l’utilizzo di Google Documenti.

Questo manuale si propone attivare una didattica innovativa usando principalmente lo strumento Google Documenti. La metodologia è rivolta soprattutto a quei docenti che approcciano alla didattica con le nuove tecnologie come principianti o neoassunti e che già conoscono un editor di testo. L’applicativo, abbastanza semplice, permette di porre attenzione all’innovazione metodologica, invece di concentrarsi troppo sulle procedure tecniche di strumenti più complessi.

E’ noto che l’uso degli strumenti del web, da soli, non rappresentano l’innovazione didattica. Quest’ultima è e sarà frutto di scelte che rompono con modalità superate, nel tentativo di fare proposte che coinvolgano e che motivino attraverso il piacere dell’apprendimento in forma attiva. Il breve lavoro editoriale si pone di dare una delle soluzioni possibili per perseguire un obiettivo concreto.

La proposta didattica è completa, ma si può assorbire gradualmente, in quanto propone attività che coinvolgono la collaborazione, il costruttivismo e il connettivismo, così come suggeriscono le teorie che vogliono un apprendimento più partecipativo ed efficace.

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PNSD – Formazione team

In breve: Slide di sintesi per i corsi di formazione team “Piano Nazionale Scuola Digitale” rivolta ai Team Digitali di Bologna, Modena, Reggio Emilia

Scrittura collaborativa e costruzione del sapere

Presentazione su scrittura collaborativa e classe rovesciata. Liceo “G.Galilei” Macerata, 30 Novembre 2015.

Erasmus+ Corso GAfE Valencia #1

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​”Technological Planning for change and educational transformation”
Valencia ­ España, 15-22 November 2015

Nella serie di progetti Erasmus+ K Action1 a cui l’Istituto “Giuseppe Luosi” di Mirandola partecipa, questo di Valencia (Es) è stato strutturato ad hoc per le esigenze specifiche di innovazione didattica con le TIC della nostra scuola. I due docenti fanno parte di un’azienda, ieducando, partner di Google for Education che già opera in Spagna aiutando molte strutture educative nel passaggio verso l’innovazione didattica con le tecnologie.

In allegato puoi vedere nel dettaglio il progetto della settimana di formazione: GiuseppeLuosiCourseProgrammNovember2015.

Prima giornata: il programma

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Dopo le presentazioni di rito i due docenti, Pedro Diéz e Miguel Ujeda, hanno focalizzato l’attenzione sull’analisi dello stato di innovazione tecnologica del nostro Istituto. In particolare abbiamo usato lo strumento realtimeboard, in una prima sezione per identificare i punti deboli della situazione attuale, in un’altra per immaginare quali potrebbero essere le condizioni di innovazione didattica con le IT a medio termine (entro 4 anni).

Molto si è insistito che l’innovazione parte da progetti che si basano su concetti pedagogici emergenti e non sugli strumenti. In pratica: cosa vogliamo ottenere come cambiamento nelle prassi del processo insegnamento/apprendimento? Quali step si devono seguire per ottenere una condivisione accettabile di questi cambiamenti? Chi sono i protagonisti? Che genere di intensità innovativa si deve attuare sui diversi soggetti in campo? Quali strumenti utilizzare?

La lezione si è svolta con un alto livello di interazione accompagnato da video, testi, immagini di studiosi e comunità di apprendimento che ribadiscono le tendenze mondiali in campo educativo con le ICT e relative discussioni.

Interessante è stato  l’approccio specifico, calato nel contesto della nostra realtà, con una vision globale e non solo orientata alla didattica individuale. Di fatto l’esperienza di ieducando qui in Spagna ha già aiutato parecchi istituti ad implementare progressivamente il passaggio da una modalità trasmissiva ad una costruttiva e connessa.

Sharing tools – Erasmusplus

Presentazione fatta in occasione del terzo incontro del progetto Erasmusplus con oggetto
“La risposta della scuola ai problemi giovanili”
Mirandola, MO 10 – 15 Ottobre 2015

Competenze – i tempi

tempi competenze grafico

in breve: i tempi per acquisire competenze Condividi il Tweet

Premessa

Prima settimana di scuola. Incontro gli studenti delle classi prime e, dopo aver fatto un paio di chiacchiere per conoscerci, li invito a mandarmi il proprio indirizzo di posta elettronica con una mail perché dovremo lavorare con gli applicativi di Google per la didattica. Si tratta di sviluppare le competenze comunicative ed operative con le nuove tecnologie, così come sollecitato dalla UE e dal MIUR.

Impiego circa  mezz’ora a spiegare come fare l’account per quelli che non hanno gmail, sollecitando di farlo appena arrivati a casa.

La riflessione

Terminata la prima settimana di scuola, ricevo circa la metà delle mail con l’indirizzo degli studenti. Tutti gli anni è così e, prima di riuscire ad avere la mailing list completa, passerà ancora del tempo, quanto non si sa.
Avvio una riflessione su facebook con i colleghi, che leggi nell’immagine qui sotto, con i dati percentuali (approssimativi, ma abbastanza vicini alla realtà), riportati nel grafico d’apertura:

facebook_competenze

Questi dati, ahimè, sono il frutto della mia esperienza come insegnante di Scienze Motorie e Competenze Digitali, in cui in entrambi i casi, i soggetti non devono ripetere cose imparate sui libri, ma imparare facendo (learning by doing), che è una delle forme più efficaci, perché è quella che arriva direttamente all’acquisizione di competenze sviluppate nel contesto: relazionali con il mondo e con se stessi nel primo caso, costruttive di contenuti d’apprendimento, comunicative e interattive nel secondo.

Il problema qual é? E che a queste competenze ci devono arrivare tutti/e e quello che si potrebbe esaurire in una lezione necessita, per quel 50% che non risponde, di tempi dilatati ad libitum e la classe diventa un puzzle formato da soggetti che devono recuperare chi una cosa, chi l’altra, spesso molti argomenti insieme. Si tratta allora di gestire il caos, di tenere tutto sotto controllo e in questo mi aiuta il registro fatto con Drive foglio di calcolo.

Possibili soluzioni

Peer education, ovvero, apprendimento tra pari. Proverò ad adottare questa strategia: nomino uno degli appartenenti al gruppo che ha risposto subito e gli do l’incarico di tutor verso uno di quelli che non ha eseguito la consegna. Vediamo se può essere un sistema più efficace. [speriamo funzioni]

I commenti dei colleghi

Le risposte degli altri amici insegnanti è stato unanime, tanto per dimostrare che il problema non è solo mio, ma un po’ generale. Se vuoi sentire le altre campane, questo è il thread del post.

Conclusione

Quando si sentono commenti dispregiativi sul lavoro dei docenti, ecco, pensate che uno dei vostri figli potrebbe appartenere al gruppo dei ritardatari a cui vanno date attenzioni doppie, tempi doppi, se non tripli, rispetto al necessario. Il rischio sarebbe quello di lasciare indietro mezza classe, atteggiamento che qualcuno adotta, ma che non condivido né sul piano didattico, né su quello etico.

5 affermazioni da smentire quando si parla di scuola e tecnologie

google toolsGoogle Apps for Education

In breve: pregiudizi su scuola e tecnologie Condividi il Tweet

Accolgo la provocazione di Marco Dominici che invita in un suo articolo di Medium, ad stilare un proprio elenco di pregiudizi correnti riguardo l’uso delle (nuove) tecnologie in classe.
In verità anch’egli si riferisce ad un post in cui un docente americano , in estrema sintesi, fa la stessa operazione, a dimostrazione che a livello planetario e proprio negli USA, paese molto attivo nell’innovazione, ci siano ancora da sbloccare luoghi comuni e che il processo di sdoganamento delle tecnologie nell’educazione vive, là come qua, momenti di strenua resistenza e criticità.

In verità, frequentando in parecchie occasioni corsi online (MOOCs), proprio da quel paese e da altri altrettanto originali nel trovare soluzioni efficaci di insegnamento – apprendimento, il grado di innovazione didattica messo a punto con le nuove tecnologie si sta pian piano diffondendo dalla ricerca all’applicazione, con un processo “osmotico”, sia quantitativo per il numero di proposte di formazione, sia qualitativo per il grado di creatività, quale scintilla per innescare processi di innovazione che la convertono in sistema.

Anche nel nostro paese ci sono esempi che vanno in questa direzione; siamo però ancora un po’ lontani da una diffusione accettabile, sia per il livello di formazione dei docenti, ma soprattutto per una resistenza alla novità, alimentata anche da centri di potere mediatici che puntualizzano spesso ciò che di negativo comporta l’uso delle tecnologie.

Vorrei a questo punti stilare un elenco personale, un po’ ragionato, di alcuni pregiudizi che sento spesso aleggiare tra i colleghi, sia nel mio ambiente scolastico, sia in rete.

  1. Per lo studio la carta è insostituibile. Questa affermazione può essere vera se si ha come riferimento il libro di testo adottato, il cui costo autorizza a credere che sia il non plus ultra per qualità dei contenuti che contiene. In verità questi, ormai, si trovano ovunque, basta saper cercare bene e con metodo. Ascoltare più di una campana, saper analizzare, come saper sintetizzare, sono competenze imprescindibili del XXI secolo. Questo tipo di didattica non ha bisogno di un libro di testo, ma di tracce metodologiche indirizzate soprattutto alla soluzione di problemi con una didattica che costruisce il sapere. I libri non scompaiono ma devono essere, -io li chiamo-, libri veri. Le nuove tecnologie facilitano questo compito, con la rete e l’editoria digitale integrate nelle loro diverse funzioni, lineare e reticolare. Il digitale, inoltre, permette sottolineature, annotazioni, sincronizzazioni che il libro di carta può dare solo in maniera limitata.
  2. L’insegnante deve spiegare, altrimenti che insegnante è? Il ruolo del docente non è più quello di mettersi alla lavagna e parlare per ore mentre la classe assorbe (quando va bene), nozioni con un ritorno di output prestabiliti. L’insegnante rimane comunque colui che facilita i percorsi di apprendimento, accettando vie diverse alla sua realizzazione. Il nostro cervello, oserei dire il nostro corpo, nella realtà è un laboratorio di apprendimento che tenta di dare risposte a problemi reali, anche se astratti, e non un contenitore da riempire. La tecnologia aiuta a distribuire risorse didattiche dalle quali partire e  raccogliere risultati sotto forma di prodotti intellettuali originali.
  3. Non tutti posseggono i dispositivi per accedere alle informazioni. Questo discorso poteva aver senso qualche anno fa quando le scuole spendevano molte risorse per allestire laboratori informatici. Ormai il problema è ampiamente superato dal mobile; il 99% dei nostri studenti possiede uno smartphone e, come ci insegnano i paesi in via di sviluppo, questo è uno strumento con il quale si possono implementare percorsi di apprendimento con le nuove tecnologie con un dispendio relativo, utilizzando ciò che esiste già. Usiamoli.
  4. I genitori vogliono una didattica tradizionale. Può essere vero che ci sia necessità di un sentimento rassicurante rispetto a quanto si è vissuto personalmente: tanti genitori sono soddisfatti se un insegnante spiega bene, pretende gli apprendimenti così come programmato, è severo nelle valutazioni, dà molti compiti. Personalmente ho un’altra percezione: i più bravi insegnanti che ho avuto sono stati quelli che mi hanno saputo ascoltare, che hanno accettato anche altre modalità, che mi hanno fatto lavorare senza impormi contenuti, ma mi hanno lasciato cercare e sviluppare percorsi e progetti. Sono quelli che, purtroppo, conto sulle dita di una mano. Ancora li ringrazio perché, i “contenuti” che “non” mi hanno insegnato, li ho trovati da me e, spesso, sono stata capace di metterli in relazione senza la ferrea divisione alla quale sottoponiamo i nostri studenti con le materie scolastiche assorbite passivamente, a compartimenti stagni. La realtà non è lineare, ma complessa, la rete pure; bisogna imparare a gestire la complessità, il conflitto, il caos, l’imprevisto e trasformare tutto ciò in risorsa, in occasione positiva per l’apprendimento sviluppando il pensiero critico.
  5. Studiare da soli è meglio che in gruppo. La nostra scuola è ancora molto orientata all’apprendimento individuale. Si crede che il lavoro di gruppo sia occasione per potersi imboscare e far lavorare solo i più bravi. Le tecnologie, invece, permettono di integrare l’apprendimento sociale con le interazioni, ma anche di raccogliere le produzioni ed i contributi individuali. Ciò non toglie che ci siano momenti di riflessione personale, ma i nuovi media permettono di avere contatti con i propri compagni e di scambiare informazioni tra pari, anche fuori il proprio ambiente (cosa che già fanno a prescindere dal contesto scolastico). Questo non era possibile, o in minima parte, senza questi strumenti. Ormai tutto il mondo apprende anche così e la scuola, se vuole sopravvivere, non può rimanere ferma al palo.

Scienze Motorie – Appunti delle lezioni

Scienze Motorie - Appunti delle lezioniScienze Motorie – Appunti delle lezioni by Emanuela Zibordi

My rating: 5 of 5 stars

 

 

In breve:

Scienze Motorie - appunti delle lezioni, II edizione: flipped classroom a.s. 2015-16. Condividi il Tweet

Il testo è stato scritto in collaborazione con la classe II A del Liceo Classico “Giovanni Pico” di Mirandola per il progetto “cl@sse 2.0” nell’a.s. 2013-14, secondo la metodologia proposta in Testi Scolastici 2.0

Questa seconda edizione raccoglie gli appunti delle lezioni come percorso operativo per le classi dell’a.s. 2015-16. Sono stati aggiornati e sviluppati alcuni argomenti, tra cui Hata Yoga, che nella prima edizione rimandavano a link esterni. Sono state inoltre adattati i punteggi da assegnare per ogni attività secondo la metodologia valutativa che prevede elementi di gamification.

Nello specifico della didattica verrei introdurre in forma un po’ più sistematica la flipped classroom, utilizzando le varie sezioni per una prima lettura da casa, in modo che ci sia da parte degli studenti una conoscenza preliminare degli argomenti e delle modalità operative proposte durante le lezioni.
Questo dovrebbe permettere di sfruttare meglio il tempo per l’apprendimento ed il gioco
.

Una copia di questo testo sarà a disposizione in scrittura condivisa per apportare nuove integrazioni ed aggiornamenti anche specifici per classi, perché la sua funzione è quella di un ebook flessibile, di contesto, lontano dai modelli dei manuali proposti per le adozioni.

N.B. Gli studenti interessati hanno ricevuto copia gratuita del testo, nei formati .epub e .mobi.

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Cosa ci insegnano i MOOCs – #3 Le risorse didattiche

moocs risorse didattiche

In breve: aspetti qualitativi e quantitativi delle risorse didattiche nei MOOCs; come migliorare l’efficacia di quelle per scuola.

Ho impiegato qualche settimana a ragionare sulla qualità delle risorse didattiche che sono proposte nei MOOCs facendo un parallelo con quelle che la scuola è solita proporre, perché vedo in entrambi i contesti difetti di efficacia. Proverò di seguito ad elencare ciò che non va nell’uno e nell’altro caso per tentare di trovare punti di mediazione affinché la quantità e qualità delle risorse didattiche tenga alta la motivazione  e non scada nella pedanteria che, come si sa, è controproducente all’apprendimento e causa di un’arresa precoce da parte degli interlocutori. Non affronterò tutte le opportunità mediatiche, ma solo quelle che, a mio avviso, possono incidere su un processo innovativo della didattica.

Video

Nei MOOCs il video corrisponde alla lezione frontale, trasmissiva; è il modo in cui il docente si presenta alla platea e spiega i propri contenuti. Non c’è interazione. Si ascolta, al massimo si stoppa e si fa rewind se è sfuggito qualcosa. Nei MOOCs più sofisticati il docente si aiuta con una white board che compare sullo sfondo per sottolineare, rimarcare un concetto, una frase di sintesi o un’immagine.
Tutto ciò risulta uno scempio alla cinematografia, alle sue opportunità mediatiche specifiche, perché più spesso quei video sono presentazioni camuffate con sequenze più statiche che dinamiche.
In qualche corso si cerca di ovviare alla monotonia presentando lezioni tenute da più docenti in una specie di dibattito sull’argomento, alternando gli interventi e introducendo registri comunicativi un po’ più informali e coinvolgenti. Operazione abbastanza dispendiosa che necessita di una sceneggiatura e di una regia competente.
La lunghezza della ripresa è determinante. Personalmente dopo 5′ di video schiatto e mi metto a fare altro come temperare le matite o fare i disegnini sulla carta. Anticipo questo comportamento insofferente se il docente ha un tono di voce sgradevole o soporifero. E, considera, che io sono motivata all’apprendimento, non me l’ha ordinato il dottore. Immagina i tuoi studenti di fronte ad una lezione video di 20′ o in classe a far finta di ascoltare.
Per fortuna, tanti corsi mettono a disposizione i sottotitoli, più spesso in inglese del cui uso parlerò nel paragrafo successivo.

Il parallelo con la scuola è presto fatto: un insegnante che tiene una lezione più lunga di 10′ senza interagire con gli studenti ha poche probabilità di essere ascoltato. Il mio consiglio è quello di limitare questi interventi in video -nella scuola, frontali- e di riservare questa modalità comunicativa a dei prodotti come dio comanda, magari fatti da appassionati di cinematografia che abbiano anche qualche competenza.
Il video, nell’e-learning ed anche a scuola, servirebbe proprio per mostrare ciò che non è possibile riprodurre il classe: una simulazione, un’applicazione in contesto, una provocazione anche ironica, interazioni dinamiche con l’esterno fatte dagli stessi studenti, dove loro sono i protagonisti e costruttori del prodotto d’apprendimento.

Testi

Come ho detto sopra i video sono spesso corredati da sottotitoli nel formato .txt.
Ora, si possono seguire guardando il video, ma ci vorrebbero due sistemi visivi, oppure si possono copiare e, con un po’ di pazienza, trasformare in ebook come faccio io per leggerli sul kindle e fare sottolineature e annotazioni con la comodità del traduttore incorporato. Direi estremamente meno ansiogeno che captare tutte le parole in lingua straniera, a volte espresse con cadenza e velocità difficili da seguire.

Inciso: non ho ancora capito come mai non ci sia una sufficiente flessibilità, anche negli USA e paesi avanzati, nell’utilizzo degli ebook. Si tende sempre a considerare il formato .epub come esclusivo dei libri, così nella loro accezione classica. Molti docenti di MOOC pubblicano il proprio testo acquistabile sugli store e non pensano che con gli appunti delle lezioni, uno un po’ sgamato riesca a farsi il libro del corso. Io ne ho già fatti alcuni, tutti ben organizzati con tutti i crismi necessari comprese le immagini salienti. Se fossi un docente del corso metterei a disposizione anche l’.epub, non è anche questo un formato per mobile? Mah!

Una volta ottenuto l’epub, me lo leggo in tranquillità perché la lettura ha il vantaggio di adattarsi al mio ritmo, più o meno regolare e lo posso fare ovunque, anche offline.

Procedo quindi con un skimming reading, per evidenziare le cose fondamentali.
Per la precisione: un video di 5’17” corrisponde a 4600 caratteri,  746 parole (una pagina abbondante in A4, in Arial 12), che possono essere ulteriormente sintetizzate. Qualcuno dei docenti si parla un po’ addosso.

Anche a scuola ritengo che questo sia il limite sul quale poter impostare una lezione. Una breve spiegazione di in argomento, focalizzare i concetti principali e procedere con le attività successive di verifica della comprensione, applicazione e rielaborazione, come ho schematizzato nel post sulla valutazione degli apprendimenti. Una procedura simile l’aveva adottata il docente inglese in un corso di didattica che ho seguito qualche anno fa. Ti assicuro che, con poco testo e poche spiegazioni procedurali, si ottengono concentrazione ed attenzione molto più che con una lezione trasmissiva.

Come detto nei post precedenti si può adottare la didattica a classe rovesciata, stando attenti a non sovraccaricare di letture e compiti domestici. Assolutamente da evitare: “leggi il capitolo X sul libro”. Dieci materie, di cui tre-quattro al giorno, comporterebbero un lavoro esagerato al pomeriggio. Meglio sfruttare la mattinata nell’attività in presenza con opportunità interattive dirette e già dotati di un’infarinatura dell’argomento. Il mio motto è: meglio sapere qualcosa di un certo argomento che non saperne niente. A scuola, in tanti, non aprono il libro per settimane, mesi.

Approfondimenti

Ci sono due macro sistemi a cui fare riferimento per reperire risorse aggiuntive:

  1. La rete con link di approfondimento, facendo attenzione a dare una breve descrizione del contenuto. In questo caso non mettere troppe letture aggiuntive, ma selezionerei quella che può aiutare nella comprensione. Lascerei comunque libertà di ricerca agli studenti per condividere le proprie scoperte. Vedremo in seguito nel post sull’interazione.
  2. I libri perché l’apprendimento è fatto anche di struttura lineare, sequenziale, narrativa, complessa, organica, ecc. Ci sono molti testi di approfondimento per tutte le età. Siamo pieni di libri, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Conclusioni

Dai MOOC possiamo imparare a dosare le risorse didattiche in modo che siano equilibrate nella quantità ed efficaci per qualità. Come vedi non sono menzionati i libri di testo, questo perché, a mio parere, non sono necessari. Si può obiettare che l’apprendimento parcellizzato con risorse brevi e sintetiche non sia corrispondente al concetto di cultura dominante nella nostra scuola. Dobbiamo pensare, però, più allo sviluppo delle competenze che non all’acquisizione di nozioni e le competenze si sviluppano mettendo sul piatto i contenuti essenziali, idee e progetti con percorsi che sfocino in prodotti originali. Tutto questo processo può diventare il libro di testo di quella classe, di quel contesto educativo, come suggerito nel mio ebook.

Nel prossimo articolo parlerò di interazione.

Buone vacanze!

Cosa ci insegnano i MOOCs – #2 Valutare i compiti

coursera app

In breve: come valutare i compiti e organizzare le prove su livelli per obiettivi didattici; distribuire i punteggi funzionali alla valutazione finale.

Nel post precedente: Cosa ci insegnano i MOOCs – Valutazioni finali,  ho mostrato che un corso viene suddiviso in step valutativi con un punteggio che di norma è in centesimi, in termini assoluti o in percentuale. Di norma il 70 dà diritto al superamento e/o alla certificazione.

In attesa di approfondire l’argomento competenze nel corso Assessment and Teaching of 21th Century Skills, provo a fare il punto di quanto ho appreso fino a questo momento, anche dopo la lettura dei testi del corso Performance Assessment in the Virtual Classroom, sempre su Coursera.

In un corso online e, a maggior ragione con lezioni in presenza, si deve tener conto degli obiettivi didattici che si vogliono far raggiungere agli studenti. Questo sembra un discorso scontato, ma non è così. Nei MOOCs si permette al corsista di scegliere la profondità dei propri apprendimenti, cosa che non avviene sempre nella scuola, quanto meno non è sempre chiaro ed esplicito il livello da raggiungere con i rispettivi compiti da eseguire. In genere si dà una prova uguale per tutti e si valutano successivamente gli obiettivi raggiunti. Una suddivisione meglio organizzata, invece, permetterebbe ai propri studenti di capire cosa ci si aspetta da un compito e, di conseguenza, sentirsi più coinvolti, concentrando l’attenzione sulla tipologia della prova esprimendo le abilità richieste nello specifico. Vediamo insieme come separare le tipologie in base agli obiettivi.

I livello – Conosce

Il primo livello corrisponde alla valutazione delle conoscenze. Data una qualsiasi risorsa didattica da visionare, si va a verificare se il contenuto è stato letto, visto, ascoltato e capito. Sembra banale e riduttivo ma è indispensabile che ci sia stata la  comprensione di quanto somministrato. Di solito, nei MOOCs, questa fase viene valutata con i quiz, da 10 a 20 items o domande aperte con risposte molto brevi, in cui si verifica che il soggetto abbia capito l’argomento, ne conosca i concetti salienti e la terminologia specifica. Molto efficace potrebbe essere adottare la modalità a classe rovesciata (flipped classroom. Trovi su questo sito alcune lezioni tradotte da un corso su sophia.org) in cui, ad esempio, si danno le risorse didattiche da visionare a casa e poi somministrare il test a scuola il giorno dopo. Sempre nei MOOCs si dà l’opportunità di provare il test più di una volta, almeno un paio, randomizzando le domande in modo che non si riproponga sempre la stessa sequenza. Tentativi ulteriori abbassano la percentuale del punteggio ottenuto, esempio del 25%.

In un corso completo, che nella didattica in presenza potrebbe corrispondere ad una Unità di apprendimento, il punteggio conseguito con questo livello di apprendimento potrebbe corrispondere al 30-40% del totale, suddiviso in più step.

Questa fase non è necessariamente individuale, ma può essere preceduta da interventi interattivi per una miglior comprensione dell’argomento utilizzando il solito Google Drive, sul quale postare il testo, le immagini, il video, o l’audio, con interventi in scrittura collaborativa ad uso forum.

II livello – Sa applicare

Questo livello corrisponde alle abilità che si sviluppano attraverso le conoscenze acquisite in precedenza. Si tratta infatti di applicarle con esercizi coerenti all’argomento trattato. Data una scaletta procedurale, bisogna entrare nel concreto facendo analisi, sintesi, prove, con piccoli problem-solving anche di carattere creativo. E’ bene stimolare molte situazioni che richiedono risposte circostanziate. Di solito nei MOOCs  si lascia una certo margine di scelta di intervento ma con produzioni che non superano un limite stabilito di parole. Anche in questo caso si distribuisce il punteggio con una quota del 30/40%

Il peer assessment

Da questo punto si può introdurre il peer assessment, ovvero, la revisione e valutazione tra pari che, fatta da tre,  cinque compagni, assume un indice di correlazione molto vicina a quella del docente, il quale, comunque, può intervenire e darne una propria. Meglio se questa modalità avviene in forma anonima, sia per chi valuta, sia per chi è valutato. Sulle piattaforma CMS ci sono strumenti per distribuire con casualità gli elaborati da correggere, ma è possibile effettuarla anche in digitale, numerando a caso gli elaborati. Questa strategia valutativa ha una forte valenza sociale come espressione connettivista del sapere, infatti, si impara dalle esperienze degli altri, non solo dal docente.

 III livello – Esprime competenze

La restante percentuale, 20/40%, per raggiungere i 100 punti è delegata alla forma più creativa perché le conoscenze e le abilità acquisite in precedenza sono calate in un contesto reale dove si deve sviluppare un vero e proprio progetto. Anche qui è opportuno che i docenti  strutturino il compito con una scaletta di interventi. Il percorso è più o meno dettagliato e omologato, dipende dall’argomento e dalla materia. Può essere un caso di studio o un problem solving da sviluppare, oppure una forma più libera e creativa come un vero e proprio project, dove è lo studente stesso che sceglie il contesto ed inserisce i propri dati da elaborare. Anche in questo caso si dà un limite di parole e si valuta tra pari.
A mio avviso questa parte è quella più coinvolgente, spesso la più faticosa, ma di certo quello che dà soddisfazione perché mette in gioco tutte le proprie abilità, anche quelle non strettamente sviluppate dall’unità di apprendimento.

Conclusioni

In questo breve post non sono entrata nel dettaglio delle prove, né nelle discussioni riguardo l’uso di tipologie di valutazione, come ad esempio quella dei quiz che è spesso controversa. La distribuzione in diverse modalità ha di certo dei vantaggi:

  • permette di esprimere l’apprendimento nei suoi diversi processi cognitivi: memoria, intuizione, applicazione, rielaborazione, creatività, ecc.
  • attiva strategie di soluzione differenziate per livelli per arrivare all’obiettivo finale;
  • attiva una componente ludica (attenzione: non competitiva) che stimola la motivazione intrinseca perché non annoia, ma porta a voler raggiungere obiettivi tangibili;

Il docente dovrà preparare le lezioni, non per ripetere i contenuti alla classe, ma per progettare percorsi che permettano di sollecitare le componenti dell’apprendimento che ho elencato sopra.

Nel prossimo post parlerò di come distribuire le risorse didattiche.